Dritte vie


In quella sera ci rifuggiamo nel boschetto dove i cervi consumavano le foglie logore dell’autunno ostinato. Ci accampammo tra una collinetta di pini e abeti e l’altra in una sorta di spiazzo fatto di sabbia e tempo. Così come dicono alcuni che i granelli di sabbia soffiati dal vento siano come il tempo che inesorabile ci logora le vite lentamente durante il nostro lento peregrinare sulla terra.

Jeremy era distesso con gli occhi in alto verso la sua stella favorita, la sua Venere, la sua unica Vebere di Milo. Quando perse la sua donna stava spesso a fissare la luce delle gocce di stelle, pensava che in qualche modo adesso lei era lassù e che poteva comunicarci quando voleva, ogni notte a mezzanotte, tra una preghiera risparmiata a Dio e un piccolo calice di assenzio che tingeva la stanza di chiazze verdi inebriate. Jeremy l’aveva amata sopra ogni cosa, per lui ella era stata la sua unica divinità, la sua dea. Adesso che non calpestava più col suo passo i mattoni di questo mondo ma volava chissà dove lassù nel cielo, la sua forma divina era ancora più marcata, adesso sì, Jeremy era convinto che fosse stata un angelo in terra. Adesso era un angelo nel paradiso.

Chiuse gli occhi. Sonia si apprestò a chiudere la tenda. Jeremy iniziò a sognare forte, gli occhi della sua stella adesso erano in lui. Il mattino dopo si sarebbe svegliato con l’amore dentro di lui, avrebbe ritrovato il suo mondo. Come ci perdiamo su questo mondo, ogni giorno facciamo di tutto per perderci. L’unica vera bussola che ci aiuta a ritrovare il cammino spesso è un amore per qualcuno e per qualcosa d’importante. La giusta via è segnata da frecce di cupido. Jeremy ne era convinto.

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A volte credo che più l’amore sia folle più sia difficile amare, più grande è l’amore più diventano grandi le distanze, ma quando queste distanze scompaiono all’improvviso, di nuovo insieme, ci si scontra come due soli bollenti e si scoppia in un turbinio di passione infinita.
Quanto più l’amore è doloroso e faticato tanta più gioia ci rende, ma quanta sofferenza ci aspetta se quell’amore ad un tratto finisse?

Su quel tratto di strada ti avevo incontrato, ricordi? Camminavi piano e un po’ impacciata verso di me, io già da lontano ti percepivo bellissima ed enigmatica, ma era il percepire dei tuoi occhi nell’aria che rendevano ogni forma di mistero una rivelazione. E’ stato subito amore senza doversi solo dire una parola. un bacio in bocca come se fosse stato trattenuto dalle onde del tempo in un pugno di schiuma sulla marea che si schianta su una spiaggia.

Tu sei stata una spiaggia, il mare, il sole. E poi anche la luna e tutte le stelle.

Rivedrò ancora, rivedrò ancora quel tuo passo goffo e imbarazzato?

[…]

Le mille luci soffuse della città di notte facevano dimenticare la luna dietro la piccola nube rosso grigiastra. La puzza delle fogne, in quel caldo afoso e dal sapore di terra malata riempiva i viottoli calpestati dai tacchi pesanti delle gente affrettata a correre la propria vita.
Io seduto sulla panchina mentre mi facevo cogliere da un colpo di sonno, decisi di rialzarmi, prima che il sonno mi uccidesse ancora.
Mi diressi di nuovo verso l’aeroporto, amavo vedere gli aerei partire di notte, mi segnavo tutte le rotte sul mio diario, avrei voluto un giorno volare per sempre anch’io tra le nuvole, sognavo di cavalcare le stelle sopra le nubi per raggiungerti ad ogni ora.

Era stata macabra quella sera. Mentre io dormivo con la porta appena lasciata aperta era entrato qualcuno, qualcuno che conoscevo davvero bene, qualcuno che non avrei mai immaginato che avrebbe potuto tentare un gesto così efferato nei miei confronti.
Adesso portavo una benda sulla schiena, il sangue era stato ripulito dall’inserviente.

Due giorni dopo


E poi è stato il cuore in gola che mi balbettava direttamente in bocca sussurri d’amore. Al telefono a volte è così difficile esprimere la nostra vera natura, senza sguardi, espressioni, occhi o gesti di mani inclinate che indicano quale sia la strada migliore da prendere o pretendere. Lo vorrei premere a volte quel tasto di auto esclusione dalla tua vita, giusto un attimo di espulsione, uscire al sole, scoperto, completamente nudo di fronte agli altri prima che a te, e poi di nuovo solo ed esclusivamente per te.
Sono le immagini dei nostri ricordi che fanno belle le nostre scritture. Sono le foto nelle nostre menti che creano la nostra vita. Come se noi fossimo attori, e sì che lo siamo, sappiamo bene che recitiamo la nostra unica parte.
Ho sognato stanotte la danzatrice che portava in grembo un mazzo di fiori rossi, le sue gambe erano steli, i suoi capelli erano i petali.
Ho sognato che il fiore all’occhiello lo portavo tra la cravatta sciolta e la camicia sbottonata per darmi arie da maschio sudato e quanto sudore mi costa quel fiore incorniciato alla mia mente. Grondano goccioline dalla fronte, spasmi, ansimi, sospiri d’attesa, malinconia, gioia, ansia di toccarti.
Stanno volando i tempi come uccelli in altri nidi, veloci, percorrono rotte sempre aggiustate, e noi due dove mai costruiremo il nido, dove mai potremo rivelarci amanti oltre che nei sogni d’estate, oltre ogni stagione d’incertezza.
A volte i silenzi mi logorano tu lo sai, mentre io resto seduto a bere Martini ascoltando la tua giornata. Ma la mia chissà dov’è finita. Forse termina soltanto al calare del sole, tra un mozzicone e l’arte di mettersi a letto presto. Fuori la notte è blu come quel soffitto, fuori le luci illuminano ciò che chiamiamo vita. Adoro il neon, adoro Las Vegas, vorrei trascorrere una notte con te a giocare a Las Vegas. La costellazione della superstizione.
Mi dici ballerina, io ti dico che sì, sei danzante, danzante come una stella, ma mancano punti fermi. Li troverò, non sei tu che devi farlo, no, li troverò io.
Squilla il citofono. Mi stanca alzarmi, distogliermi. Ma è forse quello che manca. Tutto ciò che non stanca. […]

Marchiato


Adesso sono un marchiato.
Non sono macchie che si tolgono via con una pioggia estiva o primaverile. A volte ci vuole una vita intera, a volte forse neanche basta una vita intera perché taluni cose vadino via da noi per sempre. Esse restano in eterno in un cantuccio del nostro essere. Sono indelebili. Così come io sono debole o come forse lo siamo tutti.
Seduto alla scrivania e guardando l’ora al polso, le penne buttate, le scartoffie, guardo dritto un attimo al soffitto. Una lieve brezza mi sfiora il collo dalla finestra rimasta semi aperta. Era davvero tutto finito quella sera, era davvero tutto finito?
Ogni inizio ha una sua peculiarità, nulla si può definire come inizio in sè per sè. La vita è un continuum. Ti ho ritrovata parecchie volte, ti ho sentita l’altra sera al telefono che mi urlavi ansiosa, ti ho letto l’altro giorno che scrivevi battute polemiche contro la libertà di espressione.
E poi, poi la depressione che invade il mondo di oggi. Chiudo gli occhi, mentre si muovono nervosamente. Mi chiedo cosa ci sia che non funziona, perché l’amore debba creare questa enorme discrepanza tra immensi attimi di gioia e dirupi ardenti di dolore. Cerco di non pensare più. No, adesso quella sigaretta non l’accendo. Cavolo, te l’avevo detto, avrei smesso. Avrei smesso.


Siamo anime in pena. Sinceramente siamo anime che fanno pena. E dissi io una volta a te che vale la pena vivere ma non vale la pena di morte. Pena l’esclusione dal mondo dei beati che si distingue da quello dei beoti. Il sonno è un lontano ricordo. Ricordi i sogni? Riesci a ricordare i nostri sogni? Ci insegnavano a svegliarci la mattina per fare bene le cose il pomeriggio e poi la sera tornavano qui da noi, i sogni ci insognavano. Ci insognavano a vivere. Emozionaci. Torna a farci sentire. Che il tatto si è disperso, come il calore in queste ore, sento il freddo sui polpastrelli, come nella notte d’inverno girano neri i pipistrelli. Le mie mani volano e non toccano più, perché non sono più sulla terra. Né con mani e né con piedi per terra sempre a qualche millimetro da terra. Riesci a vedere oltre l’orizzonte? Riesci a percepire il confine che non c’è? Dove ci porteranno le nostre regole senza regole, come case senza tegole, ci piove dentro di noi, l’acqua scende e siamo sempre bagnati fino ai piedi, stiamo morendo mia cara, stiamo morendo come lacrime nella pioggia. Non si avverte più il sole accenderci la faccia. Ci stiamo bruciando da soli, questo è il nostro lavoro in questi giorni, ci stiamo spegnendo, siamo candele.

7/7/2007


Fu quando quel giorno decisi di uscire di casa che avvenne l’incidente più grande della mia vita. Sì, perché fu proprio un incidente, sapete, proprio come quelle cose che ti accadono per caso, magari per casa, tipo infilare per “caso” le dita in una presa di corrente. Lo avete fatto davvero per caso? Ecco, io non credo nelle coincidenze. Quindi si da il caso, ed è proprio il caso di dirlo, che il “caso” in realtà non esiste, c’è sempre un motivo. Entrai nella macchina sotto quel sole ormai pallido di qualche anno fa (allora sì, allora era ancora pallido rispetto alle estati che stiamo vivendo adesso) e usci nella piazzetta dove un amico già ubriaco mi stava rimproverando della stessa cosa, direi che si possa chiamare ipocrisia alcolica questo tipo di comportamento, l’alcolizzato che dice all’altro “Tu sei ubriaco!”. Ma furono solo pochi minuti. L’aria era grigia benché nonostante fosse estate, forse erano i miei occhi che ingrigivano le strade e la chiesa che si parava sempre alta, allora era così dannatamente alta, perché io ero così dannatamente più ragazzino. Mi lanciai con la mia vecchia Delta (e forse anche questo non fu un caso, una Delta, e potevo scegliere su quale delta del fiume della mia strada dirigermi), e mi ritrovai velocemente sotto il paese lungo una stradina con entrambi ai lati case, marciapiedi ed erba sporca di polvere. Fino in fondo a quella strada. Ritornai indietro. E quel grigiore si trasformò in un cielo nero, mi si chiusero gli occhi e mi appoggiai su un fianco mentre stavo guidando, incidentai a sinistra, esattamente come dovrebbe fare qualsiasi buon bevitore, incidentare cioé sempre e solo a sinistra. Mi addormentai sul volante e ci furono cinque minuti di silenzio universale. All’improvviso un uomo venne a bussare al finestrino, e poi vidi la mano di lei, la macchina che prendeva fiamme, i carabinieri, i pompieri e centinaia di persone che dal paesino erano tutte venute a vedere lo spettacolo. Ce ne sono pochi di spettacoli per la gente che abita nei piccoli paesini. E così mentre tutto scoppiava, io seduto sotto di lei le baciavo il collo e l’accarezzavo, intravidi anche un po’ del suo seno, si lasciò baciare come se tutto fosse normale e come se tutto fosse normale prima di essere preso e portato via dai carabinieri le chiesi il numero di telefono. La settimana successiva si trasformò in colei che fu il mio amore per sette lunghi anni. Sette.