Il primo giorno dell’anno


Un anno senza braci e senza abbracci, un anno senza fuochi e senza ustionati, la mia pelle è ancora intatta e tesa,

come se dalle mani rivolte verso l’altro esprimessi calore tenue che si alza in alto

fuochi fatui si disperdono lungo il cielo tra l’altro e l’alto

non mi perdo vago oltre senza rompere alcuna breccia nel cuore altrui

innalzo la muraglia di un nuovo anno dove mi arrampico per saltare

perché è comunque altrove che devo stare

un giorno ti raggiungerò ovunque ti saprò riscoprire

per farti una sorpresa saremo ciò che siamo stati da bambini

di nuovo nudi a leccarci la pelle come animali feriti

da una freccia che ha fatto breccia altrove dal cuore

qualcosa che ci ha feriti quasi a morte

oltrepassa questa carne va al di là, in qualche punto dell’ignoto

vaga come un treno, vaga come un vagone di merci contraffatte

sono tutti i baci rubati dell’anno, illegali e sperduti

che finiranno gran parte nell’immondizia

Saprò io cogliere il tuo incontrandolo con le mie mani che aspettano la pioggia?

Parole sparse nei campi per coltivare pensieri


La realtà è solo un prodotto dato dalla mancanza di fantasia. Il reale è ciò che ci appare all’interno di noi stessi. Adesso spesso qualcuno ha desiderio di voler fuggire il reale per appropriarsi delle proprie ali, delle irreali quote da raggiungere volando ad altezze più o meno vertiginose, più o meno pericolose, più o meno voraginose. Chi s’innalza troppo in queste alture rischia una caduta direttamente proporzionale al livello della forza delle proprie ali irreali. Cadere da un altissimo castello in aria è pericolosissimo per la salute. Se sei la principessa cerca di cadere da quel castello creando una treccia di contatto con i tuoi capelli verso il basso, e anche verso il proprio basso ventre per un contatto di carne e pelle con la realtà. Colui che si crede principe dovrà dismettere la coroncina e rischiare il salto nel vuoto verso il basso, completamente nudo, senza nessun indumento che possa coprirlo.  All’uomo piace volare di fantasia, di appollaiarsi sulle peripezie e le peripatetiche, sulle ali della libertà, perché la libertà è l’unico concetto che vola ed è per questo irraggiungibile. La libertà è l’unica parola con le ali (un po’ come gli assorbenti per le donne), ma l’uomo non ne è munito, l’uomo è munito solo di munizioni e spesso spara a salve, a persone che erano già salve dalla morte o a persone che forse stavano solo salutando. Salve. L’uomo dunque non sa cosa sia la libertà perché non è mai riuscita a raggiungerla o ad acchiapparla. Ma quale libertà si potrebbe far prendere? Nessuna, sarebbe un contro senso perché significherebbe che la libertà non è libera neanch’essa. Da ciò verrebbe spontaneo argomentare che la libertà in sé per sé è un concetto vago e che soprattutto vaga, come fanno le nuvole timide e tiepide nei cieli azzurri di primavera senza creare scompiglio al sole. La libertà è però come il sole. Un elemento unico e assoluto, ma perché no, anche assolato, splendente, che brilla di luce propria. Un uomo è libero dunque quando riesce a brillare di luce propria senza vivere riflettendo quella di altri o di altre. E come la felicità anche la libertà non può essere mai costante, ma costa fatica e sacrificio. Ho deciso come conquistare la libertà. Forse basterebbe anche solo ammaliarla o affascinarla, proponendole di uscire con me un giorno e accompagnarmi laddove non costa nulla. Una bazzecola. Te la do io la libertà. Ti accompagno io in un’isola deserta, in un’isola diversa, andiamo in Costa Rica. Io e la libertà che facciamo l’amore su una spiaggia deserta. Due essere mitologici che si riproducono. Cosa nascerà dal rapporto di un uomo che brilla con la propria libertà? Di sicuro una fanciulla dalla rarissima bellezza. Essa verrà chiamata Felicità e sarà la nuova donna del nuovo mondo.

Mercurio


Mercurio. La mia è pelle è come il mercurio. Resiste ai proiettili d’argento e a quelli di legno.

Mercurio. La mia corazza è come il mercurio liquido. Sale la temperatura e la febbre quando ti incontro e più sei vicina e più rischio di scompormi in mille piccole sfere che rotolano dappertutto. Lungo la tua schiena. La mia bocca è come mercurio.
Argento. Ho l’argento vivo addosso ed ho buttato via la vecchia pelle morta. Adesso risplendo e rifletto come uno specchio d’acqua in un bosco leggermente ingrigito. Rifletto me stesso come uno specchio. Sono argento.

Porpora. Tu sei il rosa, colore che s’abbina al mio grigio splendore. Io forte come un marmo e un marmocchio, tu bella come una santa e maledetta come un malocchio.

Oro. Quando cala la notte noi due insieme siamo oro che cola, come il sole che cala. Ci caliamo su di noi lungo le lenzuola di vivida pelle. E diventa platino la mia bocca sulla tua.

Siamo due gioielli. Chissà quanto ci pagherebbero. Non abbiamo più nessun valore, adesso siamo ai saldi, li scontiamo con le carezze.

Scontiamo la nostra e le nostre pene. In qualche modo valiamo, valiamo qualcosa. A volte siamo carta straccia, soldi buttati. Ma tutti ci vorrebbero vedere raccolti, abbracciati, stesi insieme ad asciugare. Abiti sgualciti, luccicanti al sole del mattino. Domani.

Sei il mio fior di quattrino.

Godere molto nel venire alla luce


Torna alla luce dopo un viaggio nel buio, torna qui e ora accarezzato dalle onde che si rincorrono nell’aria, gli sberleffi che girano, gli spifferi che parlano di te o che peggio ti ammazzano più del freddo sono scomparsi. Seduto di fronte ad un’atmosfera cristallina con la paura di fracassare il tutto con un dito e di sentire vetri frantumati, idee svanite, pensieri sfumati. Il pericolo di spifferare tutto al diavolo, infischiandosene del rischio di divampare altre fiamme in quell’inferno di pettegolezzi. Vanamente cerca, trangugiando tazze di caffé di percepire un piccolo lampo di genio che si aprisse al varco di una scoperta zip che creasse scandalo. Una mano sulla patta dei pantaloni per controllare che l’eredità genetica fosse ancora intatta (per chi poi) un’occhio buttato fuori dalla finestra (poi chiederò al mio cane di riportarmelo) e l’altro verso un foglio vuoto. Decisamente strabico iniziò la giornata da quel punto dove aveva smesso. Ma dove era andato via, giorni prima?

Si affaccia ad un nuovo giorno e cerca di non cadere, dopo esser venuto alla luce trascorsa una notte molto buia. Rinato come cavallo, incrinato nitrisce, inclinato alla luce obliqua che si getta su un campo di grano, monta, smonta e si mette in moto senza la possibiltà più di uscirne. Smodato non segue la moda perché non è spia di stilisti, perlopiù si fa inseguire da ciò che detta legge e poi lo mette per iscritto ad un partito qualunque. Queste le regole del giogo, un giogo a cui mi piace partecipare per soffrirne molto, sono i frustini della realtà che ci disegna così. Godiamone tutti venendo alla luce dopo una lunga notte buia.