Martirimonio


Ti sposerò perché ho scelto di soffrire in eterno, sposerò la causa, l’effetto, l’azione combinata dei tuoi baci sulle mie pupille mentre chiudo gli occhi la notte. Facendo incubi di ogni sorta a fianco a te, a te che non saprai mai nulla delle immagini orribili delle mie notti. Mi accarezzerai la fronte quando la vedrai imperlata di sudore al chiarore della luna nelle notti più convulse? Mi amerai davvero? Ho scelto dunque il matrimonio come ultimo atto vitale, un atto per continuare a morire, a morire un’altra volta e questa volta forse per sempre senza più ritorno. So che mi farai male. Male da morire. La morte è come l’amore. Ammortizzerai i miei dolori? Ne sarai capace? Sarai capace di assorbire tutto il mio dolore per farlo tuo e liberarmi da ogni male? Io a questo non credo, non esistono tali creature. Mi voglio concedere lo stesso. Mi dono. Mi consegno a te come un criminale si consegnerebbe alle forze della polizia per aver commesso il più grande delitto del mondo: aver creduto nell’amore in due. Perché il vero amore si fa in quattro, otto, sedici. E’ un’auto 4×4, un autocarro con venti ruote della sorte che girano come una slot machine  impazzita. Ciliegina, ciliegina, ciliegina.  E al posto della ciliegina sulla torta al mio compleanno ho trovato sopra la torta una pistola puntata alla mia tempia. Quanto mi fai male amore, ma forse ne è valsa la pena, la condanna che mi ha privato di ogni mia libertà per te. Tu che non assorbi nulla se non il mio conto in banca. I dolori del giovane Invertebrer me li sono dovuti tenere tutti. Il medico dice che è la vecchiaia. Le ossa fanno male, ma le tue parole a volte lo fanno ancora di più. Ti supplico, lasciami solo di nuovo, tradiscimi per non tradirmi mai più, lasciami solo e lasciami soprattutto la mia carta di credito nel portafogli. Non rubare ma uccidimi. Perché uccidendomi mi salvi.
Non era quello che credevamo che fosse, vero? Il matrimonio si è trasformato nel mio e nel tuo martirio e vincerà chi durerà più a lungo come in una corsa a due: verso la morte. La verità è nella carne l’ho sempre detto. Ma tu di me hai fatto solo una carneficina. La verità è  anche non sempre nella stessa carne. Non sempre nella stessa pelle. Bisogna cambiarsela e cambiarla, siamo come serpenti, come quelli che tentarono Eva nel Giardino dimenticato. Siamo noi i serpenti che cambiano pelle. Siamo noi, i parenti serpenti. Proverò a morderti.

Posseggo dunque non sono


Amore mio.
Mio. Nessuna cosa è in mio vero possesso. Dichiarando che ciò che amo è anche mio in quello stesso momento ho affermato da una parte di non amare e dall’altra di munirmi di un’arma eccezionale che mi condurrà ad una morte prematura.
L’uomo come la donna non possiede nulla, forse neanche i propri figli possono definirsi proprietà privata. Perché essi sono liberi di incontrarsi con il resto del mondo e non c’è nessuna catena che li debba tenere legati a chi li abbia procreati. E’ dunque vero che l’uomo non possiede nulla. Una donna che ti vuol vivere accanto non è un tuo possesso. Amore mio. Stella mia. Nulla è tuo. Ma il mondo vuole farti credere che tu possa avere il privilegio di poter possedere anche l’amore. L’amore non si possiede, si vive.
L’uomo quando ha la pretesa di possedere può arrivare fino ad uccidere gli altri o se stesso, come un bambino capriccioso quando scopre che gli hanno rubato il proprio giocattolo. Quando quell’uomo scoprirà che nulla può davvero essere in suo possesso, perché come animali abitanti la terra facciamo parte di un tutt’uno con l’intera natura e nulla è nostro ma tutto è in noi, quell’uomo impazzirà e sarà in grado di distruggere il suo amore come lo stesso giocattolo che buttò via da bambino. Quando un uomo crede di possedere sarà semplice per lui una volta scoperta la verità e cioè che nulla si può possedere, di distruggere ciò che lui riteneva e pretendeva di poter possedere.
L’amore non si ha, si vive. La vita non si ha, si vive. Forse solo la morte è davvero nostra, ma ci annichilisce.
Ciò che pensate di possedere in realtà non lo possedete affatto.

La speranza seduttrice


Chi di speranza vive disperato muore. La vita non ha tempo per essere sperata, tanto meno per essere sparata da qualcuno magari per abbreviarla ai minimi termini, o ai minimi terminali di attrezzature mediche. La speranza non è altro che la falsa credenza che ci si crea quando la nostra vita inizia ad apparirci insopportabile, non sopportando questa vita iniziamo a disperare per un’altra che ci sia dopo la nostra morte e non facciamo nulla per migliorare quella presente. E’ questo il desiderio di chi vive sperando: l’attesa disperata che dopo la morte ci possa essere una vita riparatrice e migliore, una scusa per non vivere la propria vita del presente e lasciarsi andare ad una lenta e marcescente degradazione della propria persona, attraversando l’ozio ascetico della preghiera fino a giungere alla morte.
Dopo la morte non c’è nessuna vita migliore. Speriamo che. Speriamo. Dice la gente senza sapere a cosa spera. E’ ad una nuova vita che si spera e a null’altro. Ad una vita che dopo la morte ci gratifichi di più di questa. E’ per questo che alcune persone sono disperate. Non riuscendo a capacitarsi del fatto che la loro vita è quella che stanno vivendo e capendo che di altre migliori non ne possono avere iniziano a sperare. Quando il loro dolore, procurato da loro stessi nel circolo della speranza, diventa ancora più acuto essi divengono disperati, ed il passo dalla disperazione alla morte è brevissimo.
Non vivete mai sperando di nulla. Rischiereste la disperazione e poi una morte invereconda. La speranza è come un anello che ci stringe su se stesso fino a sgretolarci. Davvero esistono le catene che ci tengono in prigione e come fantasmi nelle nostre notti vorremmo davvero liberarcene. Al mattino però continuiamo a tenercele, perché così sembra che sia giusto per coloro a cui ci siamo dati come schiavi. Perché è così che vi vogliono far credere.
La speranza non è altro che un’altra forma di fede. Fa vivere l’inferno in questa vita perché si crede che ci sia un paradiso dopo.

La ballata sul dirupo


Non voglio cadere in amore perché non voglio sentirmi precipitato, vorrei essere di tutto una parte, partecipato

Non voglio cadere in amore è come una molla che mi rimbalza altrove

tu che osi definirti felice in coppia e poi tutto scoppia, casa, dolce, casa, famiglia figli bambini lavoro torna resta

un coltello piantato nella schiena, una vasca piena di sangue, mura devastate da proiettili

fuori fori e dentro buchi

che cosa possiamo farci di questa storia?

non vedi che tutto è campato per aria, come castelli diroccati, o aerei dirottati,

false piste da seguire, magari un fiume di cocaina

con il nostro segugio che sa e ci ritrova ad ogni angolo

dove ho dimenticato di pulire

sangue lì, sangue del mio sangue

ma dove ti sta trascinando via tutta questa lucida follia

e allora urli voglio andare via

ma non sai che la colpa è del sistema

ma non sai che la colpa è del sistema

ma ti sistemo io, ti sistemo io. Te lo dissi anche quando c’incontrammo, adesso ci sistemiamo, io e te.

Lo abbiamo fatto, direttamente sistemati

adesso viviamo come terremotati e non arrivano mai i soccorsi

chiama l’ambulanza per la vita, non quella per la morte

chiamate la polizia, oddio mia zia, è sistemata pure lei

un sisma del settimo grado della scala macelli

adesso uno squarcio del cielo e uno sul mio volto e tutto andrà via

sì sì, ci siamo proprio sistemati

la lapide lungo quello sterminato fazzoletto di terra

mi vien da piangere, il fazzoletto

lacrime cadono, scivolano si poggiano.

Sistematicamente come quando la pioggia piove.

Sono caduto in amore, inciampato, caduto e morto. Arrivano i soccorsi, gli orsi, i matti, le camicie

rivestitemi

Sono caduto come la pioggia, piovo un po’ anch’io ovunque

perdo (acqua)

chiudete la falla (fall in love) non fatemi scorrere nel mare.