Volontà e possesso


Volontà di possesso e reificazione del rapporto d’amore. Ma la volontà di possesso riflette il tempo come angoscia di perdere, senso dell’irricuperabile. Ciò che è, è avvertito in relazione al suo possibile non essere: e solo così viene trasformato in possesso e ridotto a qualcosa di rigido e di funzionale, suscettibile di essere scambiato con un possesso equivalente. Trasformata interamente in possesso, la persona amata non si guarda neppure più. L’astrattezza nell’amore è il complemento dell’esclusività, che si spaccia per il contrario, per l’attaccamento ad un essere determinato. Questo attaccamento si lascia sfuggire il proprio oggetto proprio in quanto lo trasforma in oggetto, e manca la persona che degrada a “mia”. Se gli uomini non fossero più un possesso, non potrebbero più essere scambiati. Vera inclinazione sarebbe quella che si dirige specificamente verso l’altro, e si rivolge a tratti precisi ed amati, e non all’idolo della personalità, pura riflessione del possesso. Lo specifico non è esclusivo, in quanto gli manca la tendenza alla totalità. Ma è esclusivo in un altro senso: in quanto, pur senza vietarla, rende impossibile – in forza del suo stesso concetto – la sostituzione dell’esperienza indissolubilmente riferita ad esso. Il totalmente determinato ha la sua garanzia nel non poter essere ripetuto, e appunto per questo tollera l’altro accanto a se. Il rapporto di possesso, il diritto esclusivo di priorità, ha come complemento la saggezza che si esprime in formule come questa: mio Dio, sono pur tutti uomini, e l’uno o l’altro fa poi lo stesso. Un’inclinazione che non sapesse nulla di questa saggezza non avrebbe più da temere l’infedeltà, poiché sarebbe immunizzata da ogni infedeltà.
 

Theodor W. Adorno, Minima Moralia