Se non scodinzoli prova almeno a sorridere


Il beneficio della compagnia di un cane dipende dal fatto che è possibile renderlo felice perché chiede cose talmente semplici, il suo ego è limitato. E’ possibile che in un’epoca anteriore le donne si siano trovate in una situazione analoga vicina a quella dell’animale domestico.

Le possibilità di un’isola, Michel Houllebecq

Oggi si trova in quella condizione anche l’uomo, non solo la donna. Siamo tutti addomesticati ma non abbiamo un padrone, non lo conosciamo, lo inventiamo in continuazione creando una religione con a capo un Dio, ma questo dio è solo e sempre nella nostra testa e restiamo infelici.

Solo il cane è felice, perché può vedere il suo Dio, e cioè noi che gli diamo la manna dal cielo ogni volta che ne hanno bisogno. Gli animali come i cani che vengono addomesticati conoscono la felicità e anche a prescindere dall’uomo dall’uomo stesso, non si pongono domande, non conoscono il senso di colpa.

L’uomo è alla continua ricerca di qualcuno che si prenda cura di lui ma non trovandolo, magari un altro animale dotato di una intelligenza simile o superiore, si sente solo nell’Universo. Nessuno si prende cura di noi, nessuno ci porta il cibo la mattina, nessuno mi “scende a pisciare” e poi pulisce al posto mio.

Siamo infelici noi umani perché non c’è nessun altro all’infuori di noi (come il tuo Dio) che ci prenda in braccio coccolandoci. Solo i cani sanno cosa vuol dire scodinzolare, noi non lo sappiamo, ci hanno tagliato la coda. Il cane scodinzola e dimostra tutto l’affetto e la gioia del mondo. E’ felice.

Siamo noi stessi che dobbiamo prenderci cura di noi stessi, abbiamo dimenticato gli abbracci, i baci, le carezze, lo scodinzolare nostro. Per questo si è formata una malattia contagiosa che ci ha divisi ancora di più, per farcelo ricordare che una volta eravamo felici anche noi, che ci davamo abbracci, baci, carezze, e scodinzolavamo con i gesti del viso, il nostro scodinzolare è il sorriso.

Il sorriso è lo scodinzolare dell’uomo.

La peste, di A. Camus


L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile. E ce ne vuole di volontà e di tensione per non essere mai distratti; sì, Rieux, essere appestati è molto faticoso; ma è ancora più faticoso non volerlo essere. Per questo tutti appaiono stanchi: tutti, oggi, si trovano un po’ appestati. Ma per questo alcuni che vogliono finire di esserlo, conoscono un culmine di stanchezza, di cui niente li libererà, se non la morte.

«Di qui, so che io non valgo più nulla per questo mondo in se stesso, e che dal momento in cui ho rinunciato a uccidere mi sono condannato a un definitivo esilio. Saranno gli altri a fare la storia.
So, inoltre, che non posso apparentemente giudicare questi altri; mi manca una qualità per essere un assassino ragionevole; non è quindi una superiorità.
Ma ora, acconsento a essere quel che sono, ho imparato la modestia. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello.

Questo le sembrerà forse un po’ semplice, e io non so se è semplice, ma so che è vero. Ho sentito tanti ragionamenti da farmi girar la testa, e che hanno fatto girare abbastanza altre teste da farle consentire all’assassinio, che ho capito come tutte le disgrazie degli uomini derivino dal non tenere un linguaggio chiaro. Allora ho preso il partito di agire chiaramente, per mettermi sulla buona strada. Di conseguenza, ho detto che ci sono flagelli e vittime, e nient’altro. Se, dicendo questo, divento flagello io stesso, almeno non lo è col mio consenso.
Cerco di essere un assassino innocente; lei vede che non è una grande ambizione.

«Bisognerebbe di certo che ci fosse una terza categoria, quella dei veri medici, ma è un fatto che non si trova sovente, dev’essere difficile. Per questo ho deciso di mettermi dalla parte delle vittime, in ogni occasione, per limitare il male. In mezzo a loro, posso almeno cercare come si giunga alla terza categoria, ossia alla pace». Terminando, Tarrou faceva oscillare una gamba, sì che il piede batteva piano contro la terrazza. Dopo un silenzio, il dottore, sollevandosi un poco, domandò se Tarrou avesse una idea della strada da prendere per arrivare alla pace.
«Sì, la simpatia».

Due campane d’ambulanza risuonarono lontano. Le esclamazioni, confuse poco prima, si unirono ai confini della città, presso la collina rocciosa. Nello stesso tempo si udì qualcosa che somigliava a una detonazione; poi tornò il silenzio, Rieux contò due ammicchi del faro. La brezza sembrò rinvigorirsi, e insieme un soffio venuto dal mare portò un odor di salso, ora si sentiva distintamente la sorda respirazione delle onde contro la scogliera.
«Insomma», disse Tarrou con semplicità, «quello che m’interessa è sapere come si diventa un santo».
«Ma lei non crede in Dio».
«Appunto: se si può essere un santo senza Dio, è il solo problema concreto che io oggi conosca».

Albert Camus, La Peste