La peste, di A. Camus


L’uomo onesto, colui che non infetta quasi nessuno, è colui che ha distrazioni il meno possibile. E ce ne vuole di volontà e di tensione per non essere mai distratti; sì, Rieux, essere appestati è molto faticoso; ma è ancora più faticoso non volerlo essere. Per questo tutti appaiono stanchi: tutti, oggi, si trovano un po’ appestati. Ma per questo alcuni che vogliono finire di esserlo, conoscono un culmine di stanchezza, di cui niente li libererà, se non la morte.

«Di qui, so che io non valgo più nulla per questo mondo in se stesso, e che dal momento in cui ho rinunciato a uccidere mi sono condannato a un definitivo esilio. Saranno gli altri a fare la storia.
So, inoltre, che non posso apparentemente giudicare questi altri; mi manca una qualità per essere un assassino ragionevole; non è quindi una superiorità.
Ma ora, acconsento a essere quel che sono, ho imparato la modestia. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello.

Questo le sembrerà forse un po’ semplice, e io non so se è semplice, ma so che è vero. Ho sentito tanti ragionamenti da farmi girar la testa, e che hanno fatto girare abbastanza altre teste da farle consentire all’assassinio, che ho capito come tutte le disgrazie degli uomini derivino dal non tenere un linguaggio chiaro. Allora ho preso il partito di agire chiaramente, per mettermi sulla buona strada. Di conseguenza, ho detto che ci sono flagelli e vittime, e nient’altro. Se, dicendo questo, divento flagello io stesso, almeno non lo è col mio consenso.
Cerco di essere un assassino innocente; lei vede che non è una grande ambizione.

«Bisognerebbe di certo che ci fosse una terza categoria, quella dei veri medici, ma è un fatto che non si trova sovente, dev’essere difficile. Per questo ho deciso di mettermi dalla parte delle vittime, in ogni occasione, per limitare il male. In mezzo a loro, posso almeno cercare come si giunga alla terza categoria, ossia alla pace». Terminando, Tarrou faceva oscillare una gamba, sì che il piede batteva piano contro la terrazza. Dopo un silenzio, il dottore, sollevandosi un poco, domandò se Tarrou avesse una idea della strada da prendere per arrivare alla pace.
«Sì, la simpatia».

Due campane d’ambulanza risuonarono lontano. Le esclamazioni, confuse poco prima, si unirono ai confini della città, presso la collina rocciosa. Nello stesso tempo si udì qualcosa che somigliava a una detonazione; poi tornò il silenzio, Rieux contò due ammicchi del faro. La brezza sembrò rinvigorirsi, e insieme un soffio venuto dal mare portò un odor di salso, ora si sentiva distintamente la sorda respirazione delle onde contro la scogliera.
«Insomma», disse Tarrou con semplicità, «quello che m’interessa è sapere come si diventa un santo».
«Ma lei non crede in Dio».
«Appunto: se si può essere un santo senza Dio, è il solo problema concreto che io oggi conosca».

Albert Camus, La Peste

Eternità


Se diventiamo liberi dal passato degli altri abbiamo tutto il mondo. Solo io e te. Solo noi.

Quando ti ho visto per la prima volta ho pensato: com’è dolce quel ragazzo. Quante cose dice con gli occhi. Com’è delicato nei movimenti.

Non amo che le rose che non colsi. Non amo che le cose che potevano essere e non sono state.
La metafisica della mediocrità. La paura della felicità.

Bastava dividere il mondo in due: di là, quello che lui permetteva di sapere; di qua, i segreti. Tra poco si sarebbe alzato e avrebbe chiuso la porta tra i due mondi.

Lui aveva cominciato a dimostrarle che non esistono buone abitudini, che abituarsi a qualcosa è sempre un modo di spegnere la curiosità, cioè di bloccare la propria evoluzione, (quindi morire).

I superalcolici fanno dimenticare il presente, il caffè ti fa sentire più qui e ora e ovviamente distoglie dal passato. Lo stinge, lo intorbida… (lo macchia). Eccola, l’acqua sporca!

A volte odio delle cose


A volte odo delle cose. Poi più niente.

Avevo un nome. Era Jimmy. La gente mi chiamava Jimmy. Era il mio nome.

A volte odo delle cose. Poi più niente.

Quando tutto è silenzio, sento il mio cuore.

Quando quei terribili rumori giungono, io non sento niente. Non sento, non respiro, sono cieco.

Poi tutto tace. Sento il battito di un cuore. Magari non è il mio cuore. Magari è il cuore di qualcun altro. Cosa sono io?

A volte sbatte una porta, sento delle voci, poi più niente.

Tutto si ferma. Si ferma tutto.

Tutto si chiude. Si chiude completamente.

Si chiude. Si chiude tutto. Si chiude completamente.

Non vedo più niente, mai più niente. Siedo e succhio il buio.

È quello che ho. Ho il buio in bocca e lo succhio. È tutto quello che ho.

È mio. Mi appartiene. Lo succhio.

H. Pinter

Lo Scherzo


Ero stato assalito dalla malinconia. Una malinconia che veniva dal lucido riconoscimento che quella situazione non era uno stato eccezionale scelto per lusso, per capriccio, per un irrequieto desiderio di conoscere e vivere la condizione fondamentale, sintomatica e consueta della mia vita presente. Che quella situazione limitava con esattezza il cerchio delle mie possibilità, disegnava con esattezza il cerchio della vita affettiva che da allora in poi mi sarebbe toccata. Che non era espressione di libertà (come avrei potuto intenderla se mi si fosse presentata magari un anno prima), bensì del mio condizionamento, dei miei limiti, della mia condanna. E sentii paura. Paura di quel misero orizzonte, paura di quel destino. Sentivo il mio animo ripiegarsi su se stesso, cominciare a indietreggiare davanti a tutto ciò e, allo stesso tempo, avevo paura che non avesse dove trovar scampo di fronte a quell’accerchiamento.

da Lo Scherzo di Milan Kundera

Questa è l’acqua


Nelle trincee quotidiane della vita da adulti l’ateismo non esiste. Non venerare è impossibile. Tutti venerano qualcosa. L’unica scelta che abbiamo è che cosa venerare.[…] Se venerate il denaro e le cose, se è a loro che attribuite il vero significato della vita non vi basteranno mai. Venerate il vostro corpo, la vostra bellezza, la vostra carica erotica e vi sentirete sempre brutti e quando compariranno i primi segni del tempo e dell’età, morirete un milione di volte prima che vi sotterrino in via definitiva. […] Venerate il potere e finirete col sentirvi deboli e spaventati e vi servirà sempre più potere sugli altri per tenere a bada la paura. Venerate l’intelletto, spacciatevi per persone in gamba e finirete col sentirvi stupidi, impostori, sempre sul punto di essere smascherati.

Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e sacrificarsi costantemente per loro, in una miriade di piccoli modi che non hanno niente a vedere col sesso, ogni santo giorno, questa è la vera libertà. Questo è imparare a pensare. L’alternativa è l’inconsapevolezza, la modalità predefinita, la corsa sfrenata al successo: essere continuamente divorati dalla sensazione di aver avuto e perso qualcosa di infinito.

Il valore reale e corretto della vostra cultura umanistica dovrebbe essere proprio questo: impedirvi di trascorrere la vostra comoda, agiata, rispettabile vita da adulti come morti, inconsapevoli schiavi della vostra testa e della vostra naturale modalità predefinita, che vi impone una solitudine unica, completa e imperiale giorno dopo giorno.

David Foster Wallace

L’amour


Qu’est-ce donc que l’amour ! J’ai beau avoir lu tout ce que des prétendus sages ont écrit sur sa nature, et j’ai beau y philosopher dessus en vieillissant que je n’accorderai jamais qu’il soit ni bagatelle, ni vanité. C’est une espèce de folie sur laquelle la philosophie n’a aucun pouvoir ; une maladie à laquelle l’homme est sujet à tout âge, et qui est incurable si elle frappe dans la vieillesse. Amour indéfinissable ! Dieu de la nature ! Amertume dont rien n’est plus doux, douceur dont rien n’est plus amer. Monstre divin qu’on ne peut définir que par des paradoxes. (G. Casanova)