III.


Così sono ripartito durante la notte, mentre la nave sull’acqua scintillava nera, alla deriva stessa così come la luna al cielo e mi dondolava sullo stesso fiume statico di odori e profumi che mi lasciò la donna che incontrai dopo il volo, il salto e il decollo.
Frasi brevi della sua bocca restavano sulla mia stessa, tenui come le luci fosche riflesse del mare verso l’ondeggiare lento dello scafo. Oltre quell’oblò non vidi presto più la costa che abbandonai.
Ad ogni persona morta sulla riva, sulla flebile corsia delle esistenze, l’anima si svuota del suo linguaggio per impararne un altro pur di sopravvivere, al di sopra di ogni precarietà, oltre quello sguardo che ricordo attraversarmi, mentre con la mano stringevo un pugno di sale che scivolava via come polvere di stelle frantumate a terra.
Porta disgrazia ed è funesto. Disse lei. Ma forse era proprio per un idea opposta e contraria per cui pensavo che  mi sarei perduto tra le grazie celesti da cui avrei ricevuto un abbraccio, come un involucro ovattato dove rifugiarmi dal trambusto rumoroso del soffio di vento che portava via la nave più lontano, sempre più lontano dal luogo dello schianto.
I topi che nella stiva mordevano frammenti di una pelle morta. Polvere e cenere. Come noi vi torneremo un giorno e come ne perdiamo tanta nella nostra vita.
Venivano via con me, i piccoli brandelli rimasti di quell’avventura, verso la fine delineata dal cielo e dal mare dove un tempo si pensava finisse il mondo, dove cade il sole la sera come se lì vi fosse un dirupo vertiginoso verso un inferno o forse un paradiso.
Lei continuava restò a continuare a buttarsi via, oltre lo stesso confine dello spirito. Si lasciava andare e spezzare come una lama che dovesse a tutti i costi intarsiare una roccia ma le restavano solo cicatrici sulle carni che si trasmettevano inesorabili allo spirito.
L’ultimo scoglio rifletteva labile la tenue luce del faro, poi non restò null’altro che la sola immensa distesa che mi condusse per sempre via.

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Castelli in aria


Castello di carte
Castello di carte

Da: IoGuido

Amo fare castelli  di carte in aria. Posso assicurarvi che non è facile. Ho visto le migliori generazioni di progettisti sciogliersi come cera al sole di fronte al rifiuto di un’ abitabilità dopo lo spostamento di qulache carta da parata perimetrale. Inutile alzare la voce, non c’è volume. Ho visto le migliori generazioni di cartomanti fare carte false, prendersi gioco di fanti e santi, alzare con la mano sinistra la posta in gioco e mai recapitata pur di promuoversi alla classe superiore. Se è scala 40, sarà omologata. Ho visto veri falsari attribuirsi attributi maschili, attribuirsi tributi romani e barbuti padani pur di poter dire la loro sul gioco villano del vicino di mano. Carta canta, inutile cercare di dormire. Inutile cercare la rivincita sulla sorte, una volta tirata. Inutile barare col morto a ventuno (3 sette). Ogni carta è diversa, può prendersi gioco di voi se non la sapete giocare seriamente. Scartatevi prima d’iniziare. Ogni carta è diversa truccata. Il tre di fiori va bene per fare il giardino, il sei di quadri se volete un castello monolocale, il donna di cuori sulla torre, l’alfiere bianco davanti al ponte levatoio, l’asso piantato al centro dell’attenzione. Se vi han dato un due di picche fate buon gioco a trivial. Se avete una mano di fiori, piantateli. Prima o poi le fioriere fioriranno. Usate carte napoletane per i bassi, bergamaschie per donne moderne, piacentine se volete farvi ben volere. Ricordate che carta più alta con i tacchi. Fate il vostro gioco senza incartarvi, senza farvi rubare il mazzetto di fiori, senza correre ai ripari quando non sono rotti. Prendete una carta, guardatela, fatela vedere a chi vi sta vicino, rimettetela nel mazzo, mescolate solo con la destra, guardatemi negli occhi, abbassate gli occhi…è l’asso di fiori? No? avete sbagliato a prendere la carta. Ritentate, tarocchi!


Arianna Vanini