Nato sotto il segno del Pesce d’Aprile


(E non essere per forza uno scherzo della natura. )

Il primo pesce d’Aprile è di carta e non ci scivola nessuno. E’ necessario trasformarlo in una buccia di banana in modo ché ci caschino in molti di più, non è un caso che il casco di banane debba sempre essere indossato, prima di scivolare su una buccia di banane. Banale dirvi che non esistono bucce di banale ma sul banale si può sempre scivolare. Mai cadere sul banale. Anni fa vi avrei consigliato di cadere sulla Barale magari dai vostri stessi castelli in aria, ultimamente ho preferito iniziare a sparare con un cannone ad aria compressa per creare nuvole e nebbie su quei castelli in aria che mi ero creato anni fa. Voglio andare a vivere sul sole. Bruciarmi come hanno fatto varie gioventù, arrostirmi come hanno fatto vari polli, prendermi una cotta come hanno fatto vari innamorati. Eppure continuo imperterrito a suonare come un single e a non riuscire mai a formare un intero album. Ogni canzone un bambino, ogni refrain un bacio, ogni doppia nota un accoppiamento sessuale per riprodurmi anche su CD e vinili. Ma il pesce d’Aprile è un’anguilla che non prende nessuno, dimenticato, viene ormai ricordato come antica usanza di cui se ne può fare anche senza. L’e-senza dei giorni nostri e cioè quella di togliere, togliere, tagliare il superfluo, levigare, limare e pagare magari con la coca piuttosto che con moneta contante (ma la carta canta) il muratore che ti ha costruito il primo castello in aria. Esploderà tutto, forse già lo sta facendo. Esplode tutto in aria. Schizzi di pioggia sono previsti per oggi, nuvole ferite volano basse.

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Accademia della brusca


Annacquiamo vasi per far traboccare l’ultima goccia, lacrimiamo per via di gas benefici per far attraccare l’ultimo bacio. Vanifichiamo gli sforzi onde indurci in tentazioni, induriamo le idee e addolciamo  le parole per accalappiare bambini con la scusante della caramella distribuita da sconosciuti, fondiamo nuove cioccolate sul lavoro di ricostruzione di masse. Ci ammassiamo nelle strade per creare maree di folla per inondare deserti privi di acque, saliamo le scale per non addolcire gli ascensori, contiamo le ore per non dare scontati i minuti, ci dividiamo per non non perderci moltiplicandoci, ci applichiamo per non cadere dai muri.

Soffochiamo amando senza respiro. Amo senza respiro affogando in acque tempestose come rape. Cime impervie, architravi tra vecchi ed avi, tra chi la cerca nel pagliaio e chi la trova nell’occhio. Pagliuzze dimenticate d’oblio e nel mar naufragare m’è dolce attraverso d’oblò.

Occhio ai saltimbanchi che non saltino anche su sedie, cuore non vede se occhio.

Ciclopi da molteplici sviste, inciampati in una virgola tra le parole attenzione, cadi. Esclamativi punti interrogativi, prerogative di bassi fondi dove scavare oltre, ancora, fosse biologiche dove imbalsamarsi di formaldeide, suprema sostanza inodore di carattere divino, alcool disinfettante per ferite che gocciolano all’ultimo stadio.

Sarcofaghi pieni di scarafaggi sedotti dalle sabbie del tempio dove vive la mummia egizia. Ecco, è tutto ciò che non ci serve, tutto ciò che non serve ai padroni tutto ciò che non è schiavo, non serve, libera, libera la corrente che ci fa battere cuori sui marciapiedi.

Liberi di prostituirci.

NELL di Alessandro Bergonzoni


C’è chi ha sempre qualcosa in serbo per un croato, e c’è il figlio incestuoso che prima di accoppiarsi con la madre si chiede cosa accadrà in seguito, perché è affetto dal complesso di E dopo. C’è chi fa il presepe in cucina per mettere a bagno Maria, e chi sostiene che una frazione di Lodi sia una parte di complimenti vicino a Milano. C’è la donna superficiale che giura amore esterno e c’è la donna che si accontenta e si chiama appunto Eva be’. Ci sono i body guard rail e il salone della natica. E al cliente che ha ordinato un millesimo di secondo, il ristoratore non vuol portare neppure le posate. Ma se c’è una corsa di capelli, come si fa a capire chi è in testa?

Tratto da Nell di  Alessandro Bergonzoni

A rigor di logica (voli pindarici)


E’ già rettiera. In questo modo ha esclamato la prostituta il mattino seguente, dopo che il suo cliente le aveva chiesto: “Voglia di lavorare?” a cui lei rispose: “Saltami addosso!”.
Sono così che alcune notti vanno via per far restare dei giorni che non vanno mai in viaggio, non prendono mai ferie e che alla loro luce sulla sabbia vicino al mare e andando oltre verso gli abissi osserviamo taluni nell’impresa di trafugare montagne di dubbi accatastati uno sull’altro nelle profondità marine mentre vengono vagliati da sommozzatori di idee e cacciatori di brodo primordiale, laddove nacque (e soprattutto annacquò) la prima idea della storia, dove la gallina vecchia, anzi vecchissima venne per la prima volta cotta a puntino. Veniamo dunque da un mare salato come una minestra per poi risalire le colline e andare in montagna ed è questa la vera evoluzione dell’uomo, ci siamo evoluti spostandoci dagli ombrelloni verso gli impianti sciistici e ogni tanto ricompiamo lo stesso tragitto per sentirci di nuovo primitivi. Mai nessuno che voglia salire più in alto e volare, o saltare attraverso gli strali del cielo per giungere ad alternative conclusioni di carattere meteorologico. Al sol pensiero, mi viene in mente che alcune persone sole potrebbero vivere alla luce delle proprie idee, al sol pensiero.
Adesso tira vento e alcuni si tirano indietro, si fanno da parte, si mettono altrove, s’impiccano sui velieri, s’impicciano degli affari degli altri, c’è chi si siede agiato e chi si agita prima di agiarsi di nuovo in panchina, ci sono milioni di persone che vengono stimate in questo paese e altre che non si stimano affatto e soprattutto ci sono migliaia di persone che si sentono sismologicamente dissestate e procedendo verso altri territori troviamo persone dissetate, e qui di nuovo persone sovra-tassate, altrove persone assiderate e altrove altrove persone assetate di acqua, a volte di sangue, in altre volte e in altri archi quel che porta il convento (e non ditemi bambini).
Siamo appesi ad una fune e come funamboli cerchiamo di districarci dai fili tediosi del tempo che ci lega ma non ci porta a nord, insomma è una gran bella ragnatela quella che ci avvolge e semmai provassimo a svolgerla come il nastro delle vecchie cassette magari sentiremmo una melodiosa sinfonia di seta pervaderci la pelle come solo altra pelle sa fare senza strafare. Direi che sia quasi giunta l’ora, di ritorno da una lunghissima vacanza, in cui sia meglio darsi per vivi e non per vinti e ricominciare le proprie lotte intestine, le quali, come sempre, meglio non svolgere in bagno.


Se ci vogliamo, voliamo

Cercando l’inganno nel cassetto dubbio

L’asta si saluta e ti fa fare un salto

Di pala in galera (al fresco)

In fresca ma non rinfresca

Se ne infischia l’arbitro che non fa il monaco

Amaramente amare

Corroborare

Scommetto e corro a barare

Tombale, fare un terno alla lapide,

Tombola

Capita l’antifona, capitombola

Entrare nell’antro della Gioia Illuminami

Ma di mani umiliami

Schiaffeggiami

Forgiami e formaggino

Omaggino alla Gloria

Implora e castiga

Inter – Flora due a uno

il Trino dei desideri

Deridimi desiderandomi

Calpestarsi di colpo Appestarsi

Di fretta, fuggire, affettarsi un ritaglio di orologio

Ora

Et labora.

Non esistere esattamente alle tentazioni


Là, oltre l’almeno, tra campi di mucchi, nella valle del sé, in quella delle lacrime, lardi, nel monte della risata, nella cascata di applausi, lì, nel regno dei gesti praticamente agli antipodi, malaticci, patici, psichici, dove come molte accennato, a cena si mangiano giù i rospi per sputare fuori i principi, nella valle dei Re, soprattutto Mida che d’oro mi tocca, un tocco d’oro, un cocco di mamma, dove si usa il credibile per fare ciò che non si crede, incredibile ma vero, come proprio prendere uno salto in bocca, nella lingua levatrice di punte di saliva e di scesa, lù, dove non ballano i lupi ma cantano le pecore e chi dorme le conta, altrove da noi e ogni altra cosa, qui dunque, dove ci sognamo l’insonnia che ci fa restare a occhi chiusi, come se oggi non fosse sera, e infatti mica è giornata. Qua, come quando risorgono i morti per fare zizzanie in un giardino di cavol fiori, che zucca, che al caldo la mia camera ardente non mi lascia morire abbastanza nelle notti del selciato, o falciato dalla morte. Eppoi al di là di ogni cornetta, il cellulare, figlio di un telefono monozigote, un po’ mignon, un po’ mignott, stando come i casalinghi erotici alle porte delle masse, ma soprattutto delle massaie. Unitemi in gioia senza far di tutta una merenda un pacco a colazione. Sì, va là!


Non sapere se, non sapere quando, non sapere per cui, non sa non dice, tace, acconsente. Si nasconde. Fa, consuma, con matra, Sumatra, Gomorra, Sodoma, le tre arpie, i quattro ladroni, le sette vipere, le ottave nane, cacciatori di affari, pro e contro, procacciatori, contro campo, neutro calciatori, svelate, veline, barconi, fuori come balconi, a lampioni spenti nella notte, dado ma non tratto, liscio ma contundente, come dire carie e vedere dentiera, come sbandierare ai quattro venti, cioè ottanta, se santa mi da tanto mi faccio monaco, se monco non scambio la mano, se scambio la mano non ingrano marcia, poi la solita, quella morta.

Sono ancora vivo e forse non vegeto ma vagito, praticamente bambino, neonato, primavera, estate. Oserei dire pupo, ma pupo bene.