Novembre 2/16


Non mi abituerò mai alla solitudine. Non ci si abitua mai a stare soli neanche dopo essere morti e volati via. Ma la verità è che tu hai aperto le ali e ti sei spostata su altre colline anche dopo che ti ho dato la vita intera, sei stata l’angelo traditore eppur sempre l’angelo che ho amato finché sono vissuto ma da un angelo dai capelli corvini e dalla bocca di ciliegia è lecito aspettarsi il tradimento. E’ proprio così: noi uomini, in particolare io, siamo troppo sentimentali rispetto all’ingenuità e alla praticità che è tutta femminile. Tu hai “una specie di freddezza calda, un distacco che risucchia come le falene con la luce della lampada”. E anche se adesso sono luce continuo ad essere risucchiato dal tuo vortice oscuro e tremendo. Ogni volta è l’amore è una maledizione da curare e non credo in nessuna forma di esorcismo se non quello del tempo e delle molecole di dopamina nel cervello che ritrovino il loro giusto equilibrio di cellule depresse. Tu hai accesso quelle molecole con un tuo sguardo ed un tuo sorriso e le hai fatte splendere per quasi un anno intero. Adesso, mentre sono andato già altrove, si spegneranno piano, lentamente, con l’avvicinarsi del tuo Natale terrestre come le luminarie all’interno di un’anima. Ogni angelo come te mi ha lasciato immense cicatrici e ombre dentro, sento il freddo che mi corrode anche senza più il corpo. Ogni angelo come te che ho conosciuto mi ha lasciato senza ali, disincantato, stremato al suolo di un’altra terra lontana. Perché io amo sempre troppo e non posso farne a meno. Perché io sono così folle che amo fino a morire. Perché il mio amore è forte come la morte. Il dolore è tutto quello che resta quando non c’è l’amore.

The End


Sento l’anima lacerarsi. Sento che non è stata colpa mia, io non ho fatto assolutamente nulla ma tu mi hai dato tutte le pene possibili per qualcosa che non ho mai commesso. Mi ha dato la pena peggiore di tutte: quella di non poterti mai più vedere né sentire. Nessuno mai ha subito tanto. Nessuno mai potrebbe soffrire una pena peggiore. Chissà perché accade che proprio quando tu più ti avvicini poi immediatamente dopo c’è una catastrofe non verificata, vana, inventata. Allora mi torna in mente che forse è il tuo modo di difenderti da me perché non mi appartieni e hai le catene legate ad altri luoghi ed altre persone. Ma la tua bellezza ti rende narcisista ed egocentrica. Ogni uomo vorrebbe averti e tu, così come sei, rifiuti ogni uomo che vorrebbe averti ma accetti le loro attenzioni come regali fatti da un mondo plebeo alla sua regina. Ti chiamai regina per lungo tempo e non fu un caso, perché mi accorsi dei tuoi modi nobili, perché mi accorsi che vivevi in un castello fatto di regole ferree e di un trono dove eri inarrivabile mentre io sono rimasto a lavorare nelle stalle, anche se spesso con la testa sulle nuvole, a fianco alla tua. Adesso cosa ne sarà di me? Sono solo con me stesso, tu non ci sei più, sei voluta andare via e lasciarmi lungo la strada a sanguinare, strisciando con le mie sole forze. Devo rialzarmi e riprendermi il cuore che per troppo tempo mi hai tenuto tra le mani strappandomelo dal petto. Mi hai tolto l’anima perché volevo donartela e ti sei presa tutto il resto e poi hai tolto quel poco che restava di me stesso. Adesso o mi rialzo di nuovo, per l’ennesima volta, oppure muoio.

Per un po’ forse continuerò ad urlare il tuo nome a me stesso, nel cuore. Ma alla fine la ferita si cicatrizzerà.

Ciò che si fa per amore lo si fa sempre al di là del bene e del male.
— Nietzsche,  Al di là del bene e del male

I feel the torn soul. I feel that it was not my fault, I did not do anything, but you have given me all the possible penalties for something I did not commit. It gave me the worst punishment of all: that I can not ever see or hear. No one has ever suffered so much. No one ever could suffer a worse punishment. Who knows why it happens that just when you get closer you then immediately after there is a catastrophe did not occur, vain, invented. Then I remember that maybe it’s the way you defend yourself to me because you do not belong to me and you have the chains linked to other places and other people. But your beauty makes you narcissistic and self-centered. Every man would like to have you, and you, as you are, waste every man who would like to have you but accept their attentions as gifts made by a plebeian world to his queen. I called you Queen for a long time and it was no coincidence, because I became aware of your noble ways, because I saw that you lived in a castle made of strict rules and a throne where you were unreachable while I was left to work in the stables, although often with his head in the clouds, next to yours. Now what will become of me? I am alone with myself, you are not there anymore, you wanted to go away and leave me along the way to bleed, crawling with my own strength. I have to get up and get my heart that for too long have held in my hands strappandomelo chest. I took the soul because I wanted donartela and you took everything else and then you have taken away what little was left of myself. Now or I get up again, for the umpteenth time, or die.

Che tu sia per me…


Questa notte M. non ho dormito. Ho avuto un incubo mentre cercavo di sognarti e dopo essermi svegliato non sono più riuscito ad addormentarmi. Ho ripensato a tutte le coincidenze che ci hanno legato per così lungo tempo fino ad oggi ed ho ripensato alla canzone che mi hai fatto ascoltare, si intitola: – Non è normale -.
Forse non lo è, ma allora non trovi che tutto possa essere definito “eccezionale”, quindi tutto ciò che va oltre l’eccezione, la norma, la consuetudine? Poi è venuto anche il libro. Uno scrittore straniero ha scritto un romanzo su noi due prima che ci conoscessimo e prima che anche lui potesse conoscere noi. La protagonista ha il tuo stesso nome M. oltre al fatto che il viso della donna ritratto in copertina ha il tuo stesso sguardo dolce ed etereo, gli stessi occhi magici incorniciati da delle sopracciglia dalla forma di una mezza luna nella notte, la bocca dalle labbra rossa color ciliegia con il labbro inferiore deliziosamente più carnoso, oserei dire polposo, da sfiorare con le dita come farebbe con la panna un bambino. Io sono quel bambino.  Tu hai gli occhi di gatta, di una gatta che graffia per accarezzare.
Ti sei già dimenticata che ci siamo incontrati per via solo di coincidenze? Ricordi? Ne parlava anche lo scrittore M. K. – E’ solo attraverso le coincidenze che può nascere l’amore-. Poi sono arrivate le metafore, quelle pericolose, quelle che ci fanno perdere il contatto con la realtà. M. K. stesso diceva  che solo da una metafora pericolosa può nascere un rapporto come il nostro, una relazione, un incontro.
Ma mi chiedo se  è vero che solo con te riesco ad essere me stesso ed accedere alle parole che risiedono nel profondo abisso sterminato del cuore come se quelle parole colte in quel luogo fossero la mia unica grammatica? Ogni giorno ti chiamo con un appellativo diverso, mai uguale, sei sempre diversa anche tu, tu sei come il tempo che si apre lungo lo spazio della mia, nostra vita. Ho imparato a decifrare il tuo linguaggio e quello del tuo pensiero (per non parlare di quello del tuo corpo). Conosco quello che si cela dietro le tue parole: io ti traduco verso l’interno della mia anima e poi ti rimetto al mondo codificata nella mia lingua (e anche sopra la mia altra lingua). Per non discutere di quando ti leggo letteralmente il sentimento che provi in quel momento anche a distanza e poi mi chiedi come faccio ed io ti rispondo sempre che – Non ne ho idea – . Non lo so. So te.
Forse semplicemente non esisti e non sei mai esistita? Sei il lavoro enigmatico della mia mente? Eppure sei stata così tangibile.
La tua bocca c’era. Incollata alle mie labbra dal miele. Le mie mani c’erano. Distese sulle tue cosce. Le facevo percorrere sulla tua schiena nuda ed infinita e le stesse mie dita percepivano la morbidezza e la sensualità dei tuoi lunghissimi capelli neri, più neri della notte e mossi, ondulati come le onde del mare in tempesta mentre è percorso da una nave fantasma, e i miei occhi specchiano ancora i tuoi e oltre i tuoi occhi rifletto tutto il resto del tuo corpo morbidamente disteso sopra le lenzuola dove in tutte le curve ho creato un incidente con il passare delle mie di labbra. All’inizio ci siamo toccati come se fossimo degli estranei. Poi ci siamo toccati come ci hanno insegnato a farlo. Solo alla fine abbiamo osato toccarci come facciamo noi due.
E se tu fossi qui, adesso, ti abbraccerei con tutte le mie forze fino a spezzarci entrambi nell’impeto di quel che provo per te.

Per M.

[bozza]

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III.


Così sono ripartito durante la notte, mentre la nave sull’acqua scintillava nera, alla deriva stessa così come la luna al cielo e mi dondolava sullo stesso fiume statico di odori e profumi che mi lasciò la donna che incontrai dopo il volo, il salto e il decollo.
Frasi brevi della sua bocca restavano sulla mia stessa, tenui come le luci fosche riflesse del mare verso l’ondeggiare lento dello scafo. Oltre quell’oblò non vidi presto più la costa che abbandonai.
Ad ogni persona morta sulla riva, sulla flebile corsia delle esistenze, l’anima si svuota del suo linguaggio per impararne un altro pur di sopravvivere, al di sopra di ogni precarietà, oltre quello sguardo che ricordo attraversarmi, mentre con la mano stringevo un pugno di sale che scivolava via come polvere di stelle frantumate a terra.
Porta disgrazia ed è funesto. Disse lei. Ma forse era proprio per un idea opposta e contraria per cui pensavo che  mi sarei perduto tra le grazie celesti da cui avrei ricevuto un abbraccio, come un involucro ovattato dove rifugiarmi dal trambusto rumoroso del soffio di vento che portava via la nave più lontano, sempre più lontano dal luogo dello schianto.
I topi che nella stiva mordevano frammenti di una pelle morta. Polvere e cenere. Come noi vi torneremo un giorno e come ne perdiamo tanta nella nostra vita.
Venivano via con me, i piccoli brandelli rimasti di quell’avventura, verso la fine delineata dal cielo e dal mare dove un tempo si pensava finisse il mondo, dove cade il sole la sera come se lì vi fosse un dirupo vertiginoso verso un inferno o forse un paradiso.
Lei continuava restò a continuare a buttarsi via, oltre lo stesso confine dello spirito. Si lasciava andare e spezzare come una lama che dovesse a tutti i costi intarsiare una roccia ma le restavano solo cicatrici sulle carni che si trasmettevano inesorabili allo spirito.
L’ultimo scoglio rifletteva labile la tenue luce del faro, poi non restò null’altro che la sola immensa distesa che mi condusse per sempre via.

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Gli Uomini Vuoti, Dan Simmons


Gli Uomini Vuoti, Dan Simmons

Il protagonista è un telepate che percepisce il brusio delle altre menti, e che dopo la morte di sua moglie, anch’essa una telepate che da quando si erano conosciuti aveva attenuato il suo dolore, cade in una profonda crisi dalla quale uscirà grazie a quella che è l’idea centrale del romanzo.

Infatti riuscirà a riunirsi a sua moglie in un modo veramente insolito: le loro menti nel finale si ritrovano a vivere virtualmente nella mente di un ragazzo in stato di coma:

“…Esistiamo tutt’e due come una coppia di personalità ologrammatiche scarabocchiate nella mente di questo ragazzo…Noi siamo veri perchè la nostra struttura olografica è intatta, ma tutto il resto è un artificio che Robby ammette…” “Da come lo dici, sembra che parli di Dio” “Jerry…in un certo senso lui è Dio. Almeno per noi.”

Dan Simmons