Lettere dall’al di là


T’ho incontrata al pub dei morti ieri. Sei particolarmente splendida vista dalla mia prospettiva, da questa intendo. Qui dove tutto è oscurità risplendi ancora di più di quando io ero lì sotto il cielo con te. Adesso sei davvero la mia stella. Ho proposto al Diavolo di farmi tornare ogni tanto, voglio stringere un patto, essere eterno con te. In un attimo. Sei tu il diavolo che splendi come un angelo? Allora ho subito pensato a cosa ti avrei scritto di nuovo. Te la mando da quaggiù che fa ancora caldo ma le mie mani sono fredde (il cuore è bollente nonostante tutto). E’ così che si ama fino alla morte? Ma io sono un fantasma, riesco ad avvertirti e ti ho percepita esattamente come se fossi viva. Sono entrato dunque in quel sogno, dentro un pub dove si leggevano libri. Sei bella come l’arte è quello che ho pensato. Voglio tornare dentro di te. Ancora e ancora.

Ho pensato che se tu fossi mia ti custodirei come una reliquia perché sei come la porcellana bianca ed avrei paura di romperti o spezzarti s emi avvicinassi a te.
Sei di una bellezza non convenzionale, i tuoi lineamenti sono tratti creati da un’artista, sei bella ma bella come l’arte, sei un capolavoro che risalta e rinsalda, una bambola che splende luminosa in mezzo ad un mare di altri pupazzetti sbiaditi.

Prendimi la mano e accompagnami, ti prendo per un fianco abbracciandoti, camminiamo assieme silenziosi sotto il cielo buio di una notte. Sento che c’è una distanza tra noi che ci separa e non ci colma e non capisco mai di cosa sia fatta questa distanza. Forse è un vuoto da riempire ma ancora non so bene con che cosa. Forse è un vaso da colmare, un seme da piantare per far nascere la primavera che è nascosta dentro te. La tua bocca è il fiore, i tuoi capelli rami rampicanti che circondano il fiore. Ma tu, tu cosa sei davvero?

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Città di vetro


Le cose accadute diventano false nel momento in cui si trasformano in ricordi.
La cose accadute in questo ripostiglio e in quel cassetto. I sogni lì riposti una volta trasformati in realtà e poi dimenticati,  come sogni già non esistono più. Iniziò a inseguirmi l’impronta stessa della mia seconda delicata essenza mentre m’incamminavo lungo le strade illuminate di una città di vetro, una città dove potevo riflettermi ovunque si poggiasse lo sguardo.
Come se fosse impossibile fuggire da se stessi, questa città era stata costruita da un architetto del tempo come se egli avesse cercato una maniera per far  ricordare la nostra essenza in eterno e per chiunque ne avesse percorso i sentieri, i marciapiedi e ogni altro androne.  Se stessi.
Adesso sono qui, domani sarò da un’altra parte e in ogni altro luogo in cui mi troverò non potrò mai svegliarmi essendo un’altra persona.
Forse c’è una via di fuga, forse attraversando quei maledetti specchi come Alice nel Paese delle Meraviglie e ritrovandosi in un mondo capovolto, dove anche l’anima sia rovesciata in un destino diverso e opposto, ma anche in questo modo non sarebbe nient’altro che la nostra immagine speculare e riflessa. Da sinistra a destra a destra e a sinistra. Noi uguali a noi stessi.
Intanto c’era il tizio che continuava ad inseguirmi mentre mi stavo dirigendo verso la libreria della città. Sentivo i suoi passi dietro di me che mi tallonavano a distanza ravvicinata e pensavo in relazione ad esso che il mio tallone d’Achille fosse sempre stato una strana sensazione come d’essere osservati perennemente anche quando mi trovavo solo seduto davanti alla scrivania intento a ricomporre il romanzo della mia vita.
Dove cercavo imperterrito nelle mie storie trascorse di ricapitolare le donne che avevo perduto nel corso della mia esistenza, di ricomporle in qualche modo, di ridare loro vita, una vita che fosse legata e vissuta assieme a quella degli altri personaggi da me descritti in cui ero me stesso riflesso.
Vite spezzate e incrinate. Come lo specchio dove mi accingo ora a guardarmi di nuovo. Un riflesso e vedo di nuovo dietro di me l’uomo che mi sta tallonando. Credo di riconoscerlo. Ha un’espressione divertita, credo mi somigli un po’, strano. Mi fermo, mi giro e gli chiedo il nome.
Non mi scompongo quando mi risponde. I suoi occhi sono identici ai miei. Non mi scompongo più di tanto. Il suo nome è il mio. Le sue impronte digitali che mi lascia addosso dandomi la mano sono le stesse mie identiche. Il suo riflesso, è  il mio.