Eccomi.


Eccomi.

La prima goccia. Sarà come ora.

La prima goccia di pioggia. Non lo scordare. Sarò questo istante.

Non lo scordare per sempre.

Le mie labbra quella goccia. Quella goccia sul tuo corpo.

Scivolo lento, lentissimo. Scivolo in lei.

Piano. Più adagio che puoi. Ogni tuo nervo teso ogni millimetro di pelle il desiderio di quella goccia. Di me. Ora. Un attimo lunghissimo. Ora è tutta la vita. Sempre. Per sempre. Solo mio solo tuo. Sempre.

Assorbimi. Con la bocca. Appoggia le tue labbra a quella goccia. Ora sono rivoli.

Voglio che tu mi senta su tutta la pelle, sotto la pelle i brividi. Entrerò nel tuo tatto. Sarò nel tuo palmo e scenderò con te in te adagio.

Lentissimo. Un rivolo tra le cosce bagnate

le lacrime gli occhi la saliva nella tua bocca là.

Sai riconoscermi? Puoi riconoscerti?

Lo avevo promesso. Ci scambieremo abito e nome. Tu me io te.

No non sollevarti da questo istante. Non interromperti. Non pensarmi.

Ancora è poco. Voglio donarmi di più.

Voglio farti impazzire. Ora. Ancora. Ogni volta che lo vorrai.

Resta. Vieni in me. Con gli occhi schiusi. Vieni. Non hai bisogno degli occhi per sentirmi.

Questo luogo è notte. La tua notte. E’ qui che mi trovo, ora. Sono luna nella tua notte.

A ritmici intervalli di luna tuffati nella vertigine del mio buio. In una scia lattiginosa e luminescente feconda i miei sigilli, articola le mie

mani d’aria.

In-segnami.

Non c’è nulla da capire. Sentimi. Mi respiri.

No, non ansimare. Prendi fiato. Tutta la vita è il nostro tempo. Tutta la vita in questo attimo.

L e n t a m e n t e respirami. Sono vento. Sono mille e mille capelli sul tuo corpo.

Sono .. Le dita del vento.

Re/spirami. Il mio odore è vento e terra, salinità della tua pelle che mi vuole ancora.

Ti avvolgo, ti accolgo nella curva delle mie anche, nella dorsale della schiena rivolta alla luna delle tue mani. Sono dentro e attorno a te.

Ora, sempre. Per sempre.

L’amour


Qu’est-ce donc que l’amour ! J’ai beau avoir lu tout ce que des prétendus sages ont écrit sur sa nature, et j’ai beau y philosopher dessus en vieillissant que je n’accorderai jamais qu’il soit ni bagatelle, ni vanité. C’est une espèce de folie sur laquelle la philosophie n’a aucun pouvoir ; une maladie à laquelle l’homme est sujet à tout âge, et qui est incurable si elle frappe dans la vieillesse. Amour indéfinissable ! Dieu de la nature ! Amertume dont rien n’est plus doux, douceur dont rien n’est plus amer. Monstre divin qu’on ne peut définir que par des paradoxes. (G. Casanova)

Favole


C’è una principessa intrappolata nella sua prigione, la sua prigione è fatta di ferraglia e scritte d’oro, la madre è una matrigna piena d’orgoglio e rabbia ma spesso piange da sola nella stanza del re. Il re non pronuncia piu’ parole, non ascolta, vive in solitudine su una collinetta a raccogliere piantine e non riesce ad aiutare ne la piccola principessina ne la sua amata regina. La gente del regno pensa che sia malato, ma lui pieno di viltà e rancore preferisce non vedere mai lo stregone del villaggio. Il fratello della principessina è succube anch’egli di tutto questo dolore, il castello sembra voler crollare e nessuno sa mai bene cosa fare. La principessina vorrebbe rompere le sbarre della sua prigione, possiede in realtà anche la chiave, ma non riesce ad abbandonare il dolore del re e della regina, pensa tra le sue lacrime e le sue grida che qualcuno debba aiutare sia il povero re malato che la sua matrigna incattivita.

Un giorno un cavaliere sbadato e sbandato incontrò la principessina, ma si accorse che le sbarre della sua prigione erano troppo forti per essere spezzate. Si riaffacciò piu’ volte dalla bella principessina a cercare di dare conforto e di dare un po’ di amore attraverso quelle sbarre strette strette, ma non riusciva mai a romperle definitivamente.

Cosa dovrebbe fare il cavaliere un po’ sbandato e sbadato per far uscire la principessina e condurla a sé? Le sue braccia forse sono ancora fragili, pensa che deve usare l’astuzia e l’ingegno e che debba collaborare anche la principessa.

Come fugge la principessa dalla sua prigione di ferraglia e scritte d’oro?


Sono andato via proprio quando mi hai fatto dono dell’immortalità in quell’istante in cui stavo mettendo piede sullo scalino per potermi lanciare di nuovo in alto nel cielo io e con il tuo sorriso, è stato un istante in cui mi hai dato in mano il tuo cuore mentre andavo via, adesso con quel dono tra le mani non potrò mai più morire senza te, dovremo per forza essere insieme finché la vita non ci separi, perché è nella vita che ci si separa non nella morte.
E là ricordo nei tuoi occhi gioia e lacrime nascoste e chissà se fossero tutte per me, anche loro un dono da portare insieme, come gioielli che scendono sulle guance tinte baciate dal sole amante di quelle giornate. Ti avrei preso per mano e fatta volare con me, l’ultimo viaggio da fare, il primo con te e poi di nuovo la sera cadde e ti ritrovai amore mio lontana, oltre il cielo azzurro nascosta lì ed io di nuovo qui, in questa piccola casa vuota di nuovo a sentire la tua voce da lontano.
Mi avevi dato l’immortalità, attraverso il tuo bacio con cui ci salutammo avevamo stabilito un nuovo ordine tra me, te e la natura, ti avrei voluta prendere e portare via nel mio piccolo rifugio, tra le braccia mie, non farti toccare più terra, almeno per una volta non farti toccare più quel terreno e volare con me.
Adesso di nuovo lontana ascolto l’eco che arriva dal mare e dalle cime appuntite dei monti della tua voce azzurra e ricordo il color d’oro della tua pelle che si era carezzata sulla mia.
Adesso siamo immortali tesoro mio, è vero che lo siamo? C’è scritto proprio la sopra su quella copertina vecchia come il mondo… terremo forse strette tra le mani le dita di bambini che ci sorrideranno, forse saranno solo le nostre gioie o le nostre piccole fantasie, magari saranno proprio i nostri cuccioli o saremo semplicemente noi due che camminiamo insieme con le dita intrecciate sopra altre spiagge dove si ammira all’infinito orizzonte.


Ella è paziente e premurosa ma alle prime avvisaglie di stanchezza cede ad un sonno che la precipita nel oblio dei sensi insensati e si butta giù come un piccolo cencio sdraiato su un lettino più piccolo di me. Chiusi gli occhi in quella piccola casetta di campagna sembra la piccola bambina che entra nel magico mondo di sogni confusi come risucchiata dalla spirale stessa che s’innalza da sopra lei per uscire fuori via dalla finestrella che porta ovunque. L’animo così andato via in alto si destreggia in danze che ondeggiano tra l’eterno brillare dell’azzurro cielo e le nuvole appese di carta pesta come tenute da qualcuno lassù ancora più in alto. La bocca s’apre leggermente, il respiro diventa più profondo e la casetta assieme ai suoi occhi chiusi sembra scomparire del tutto in un altro mondo che a nessun altro appartiene.


Così passammo attraverso il sole e fummo forgiati dalle fiamme trasformati in serpenti che cambiano pelle come Arabe Fenici senza ali con il terrore addosso che tutto fosse già finito così come ebbe inizio.
Oggi ho gli occhi imbavagliati, non percepisco sensazioni, ho cercato il caos ad un certo punto della mia vita e adesso mi ritrovo a viverci dentro. All’inizio è entusiasmante, si avverte eccitazione e stordimento ad ogni nuovo passo, poi pian piano come una droga ci lascia vagare tra un angolo e un altro di un marciapiede non troppo sporco o su binari arruginiti e caldi dove era da poco passato l’ordine. Ma riflettendoci sembra così labile e sottile la differenza tra ordine e disordine, tra ciò che è dritto e ciò che ci costringe a deviare, tutti i punti sono sempre lì, tutti i punti che cerchiamo sono sia nell’ordine che nel disordine ma disposti in maniera diversa. Paradossalmente però, forse è piu’ semplice raccogliere ciò che cerchiamo nel disordine, per tentativi ed errori, con molta fretta, piuttosto che provare a prendere una strada lunga e ordinata che ci porti lungo la meta senza deviazioni, perché lungo una strada ordinata in realtà si innalzano ad ogni metro diversi ostacoli che in qualche modo devono essere superati. O si sceglie di raccogliere dall’alto come un Dio le cose che cerchiamo o si sceglie di prenderle correndo su una strada lastricata di ostacoli in orizzontale.

Nel nome


Nel nome del Padre Jeremy.

Siamo a lungo fermi in balia dei venti, ci spazzano via i ricordi, adesso che siamo dimentichi di ogni passato ci frustra il presente ed il nostro futuro non è ancora realizzato. Credo che dovremmo farlo ora, rendere il nostro futuro il nostro presente perché se è vero che in lui vediamo rosa e in questo nostro adesso vediamo grigio l’unica soluzione è far sì che ciò che ci attende al di là dell’oggi arrivi qui nello stesso istante in cui ti scrivo. Voglio vederci rosa piuttosto che chiaro, lo sai, il troppo chiaro mi da fastidio alla vista e all’animo, la troppa consapevolezza può creare dolore, ho bisogno, non un attimo, ma sognare sempre nel margine di questa realtà.

Lungo il mare s’innalzava un ponte fin nel punto più profondo. Lassù tirava la brezza della vita, e se vogliamo anche l’ebbrezza, il nostro modo di vedere allucinate le cose, con la testa che un po’ gira perché lassù su quel ponte si provano vertigini anche osservando verso le luci delle stelle. Le nostre cose allucinate sono lì in alto. I nostri unici punti fermi. Dovremmo imparare a leggerle meglio, raccogliere la più bella con una sola mano.
E’ quello il futuro che dobbiamo fare nostro.

Nostro Signore ci benedice. Nostro Padre è scomparso.