Due giorni dopo


E poi è stato il cuore in gola che mi balbettava direttamente in bocca sussurri d’amore. Al telefono a volte è così difficile esprimere la nostra vera natura, senza sguardi, espressioni, occhi o gesti di mani inclinate che indicano quale sia la strada migliore da prendere o pretendere. Lo vorrei premere a volte quel tasto di auto esclusione dalla tua vita, giusto un attimo di espulsione, uscire al sole, scoperto, completamente nudo di fronte agli altri prima che a te, e poi di nuovo solo ed esclusivamente per te.
Sono le immagini dei nostri ricordi che fanno belle le nostre scritture. Sono le foto nelle nostre menti che creano la nostra vita. Come se noi fossimo attori, e sì che lo siamo, sappiamo bene che recitiamo la nostra unica parte.
Ho sognato stanotte la danzatrice che portava in grembo un mazzo di fiori rossi, le sue gambe erano steli, i suoi capelli erano i petali.
Ho sognato che il fiore all’occhiello lo portavo tra la cravatta sciolta e la camicia sbottonata per darmi arie da maschio sudato e quanto sudore mi costa quel fiore incorniciato alla mia mente. Grondano goccioline dalla fronte, spasmi, ansimi, sospiri d’attesa, malinconia, gioia, ansia di toccarti.
Stanno volando i tempi come uccelli in altri nidi, veloci, percorrono rotte sempre aggiustate, e noi due dove mai costruiremo il nido, dove mai potremo rivelarci amanti oltre che nei sogni d’estate, oltre ogni stagione d’incertezza.
A volte i silenzi mi logorano tu lo sai, mentre io resto seduto a bere Martini ascoltando la tua giornata. Ma la mia chissà dov’è finita. Forse termina soltanto al calare del sole, tra un mozzicone e l’arte di mettersi a letto presto. Fuori la notte è blu come quel soffitto, fuori le luci illuminano ciò che chiamiamo vita. Adoro il neon, adoro Las Vegas, vorrei trascorrere una notte con te a giocare a Las Vegas. La costellazione della superstizione.
Mi dici ballerina, io ti dico che sì, sei danzante, danzante come una stella, ma mancano punti fermi. Li troverò, non sei tu che devi farlo, no, li troverò io.
Squilla il citofono. Mi stanca alzarmi, distogliermi. Ma è forse quello che manca. Tutto ciò che non stanca. […]

Marchiato


Adesso sono un marchiato.
Non sono macchie che si tolgono via con una pioggia estiva o primaverile. A volte ci vuole una vita intera, a volte forse neanche basta una vita intera perché taluni cose vadino via da noi per sempre. Esse restano in eterno in un cantuccio del nostro essere. Sono indelebili. Così come io sono debole o come forse lo siamo tutti.
Seduto alla scrivania e guardando l’ora al polso, le penne buttate, le scartoffie, guardo dritto un attimo al soffitto. Una lieve brezza mi sfiora il collo dalla finestra rimasta semi aperta. Era davvero tutto finito quella sera, era davvero tutto finito?
Ogni inizio ha una sua peculiarità, nulla si può definire come inizio in sè per sè. La vita è un continuum. Ti ho ritrovata parecchie volte, ti ho sentita l’altra sera al telefono che mi urlavi ansiosa, ti ho letto l’altro giorno che scrivevi battute polemiche contro la libertà di espressione.
E poi, poi la depressione che invade il mondo di oggi. Chiudo gli occhi, mentre si muovono nervosamente. Mi chiedo cosa ci sia che non funziona, perché l’amore debba creare questa enorme discrepanza tra immensi attimi di gioia e dirupi ardenti di dolore. Cerco di non pensare più. No, adesso quella sigaretta non l’accendo. Cavolo, te l’avevo detto, avrei smesso. Avrei smesso.

Attimi di Vetro


Attimi di vetro.

Questo tramonto ha il sapore di baci sfiorati nelle nebbie di un sogno,

di sagome oscure intraviste nel morbido abbraccio della penombra,

apre spiragli di luce verso l’oceano sui cui sfociano i torrenti

delle mie speranze.

Tutto e’ già avvenuto e mai sarà.

Attimi di vetro.

Quest’alba respira aliti di vite bramate

ha lame di luce che lacerano l’impalpabile superficie delle mie illusioni.

Mi ha scaraventato oltre la soglia dell’incanto

tra suoni incolori che agghiacciano l’esile respiro del mio cuore.

Tutto e già avvenuto.

Attimi di vetro.

Questa sera socchiude gli occhi alla vista di un fiore soffocato dal gelo,

il sole cala tra i bagliori di ricordi mai nati,

tra i pezzi abbandonati dei miei attimi di vetro.

(Anonima Pupetta)

Come s’inizia, come in certezza, romanzo adulterato


Si sonda nell’aria il sintomo inquieto di un temporale primaverile che vuol piovere assieme alla mia irrequietudine. Sono qui adesso davanti alla finestra incerata ed attraverso si snodano luci e bagliori di questa mia ora estiva, io che guardo foglie e alberi bagnati e poi asciutti come se fossero le eterne presenze della natura che affligge e indugia, soccorre e incombe come l’idea che avevo di te all’età di 17 anni quando ancora ti immaginavo lì camminare su quella strada tra gli sciabordii di un pavimento d’acqua dove poggiavi delicatamente ma con passo frettoloso le tue scarpe macchiate e luccicanti che il giorno prima riposavano nella mia stanza. Adesso camminano con te, ti vedo, vai avanti su quella strada infarinata di polvere e foglie umide. Intravedo la linea della schiena che si muove davanti a me. Io osservo come se fossi un ladro dietro una finestra il tuo andare lento e tenace.

Lo sguardo è volto adesso al mio interno e ricordo quelle ore di pioggia e la tua chioma riparata dall’ombrellino rosso che ti avevo prestato. Ricordo che la sera prima eravamo stati insieme, a godere del colore del soffitto che ci sarebbe piaciuto avere di una tinta dal colore di una notte blu riempita di stelle.

Adesso è sempre dal mio sguardo che gocciolano stelle. Piccole stelle fatte di lacrime che scivolano via, incurante me ne bagno il viso e le gote senza asciugarle. E’ stata un’altra notte che poi è finita con te che sei partita ed io che resto solo ancora a guardare dietro la finestra.

C’è il sole, le foglie spazzate dal vento, la leggera brezza, ma le tue mani e i tuoi occhi che m’imploravano amore sono scomparse. Hanno impresso un solo ardente marchio all’interno di me. Un altro giorno e tu già non ci sei più. Ma io adesso sono marchiato.

Agli atti superficiali


Credo che batterò il prezzo all’asta, credo che farò salti di gioia, credo che supererò momenti di gloria, credo che mi darò all’oro olimpico, credo che attraverserò le sporche strade macchiate dal nobile sangue del cavaliere innamorato della bella addormentata in un mulinello di vento, tanto per combatterli di meno, far meno fatica dei soliti mulini a vento e mi chiedo perché la bella addormentata non prenda il caffè, mi chiedo il perché del bacio del principe e se non fosse invece il caso di un’amara constatazione? E quindi caffè senza zucchero. Un’amara colazione.

Odio le porte che si aprono e poi si chiudono, sono peggio delle parentesi, almeno loro non fanno rumore. Non sopporto constatare, non porto rancore che pesa troppo sulle spalle. Non mi rapporto bene ma abbastanza. Lei mi ama? E’ vero che mi ama? La prego, la prego mi dica che mi ama. E’ dolce sentirlo, amaro a volte come il caffè. Come dire, tra alti e bassi c’è di mezzo Silvio. Beh, non proprio in mezzo.

Non ho servi o non osservi


E’ proprio tempo di andare via, come il tempo ha detto a me che non c’è da aspettarselo altro tempo, non c’è mai tempo abbastanza per avere del tempo a disposizione. E’ che sia ora, adesso proprio il minuto, che torni quello buono a farci la croce sulla fronte per bene dirci e bene farci come un santo venuto da lontano, tanto tempo fa, con il cuore in mano e uno in bocca perché un spaventato dall’idea di raccontare il passato e il nostro futuro. Io adesso andrò via, non proprio adesso, sto iniziando ad incamminarmi lungo una strada ancora un po’ tortuosa, dura come il guscio di tartaruga, vecchia ma buona, come chi lascia la nuova per la vecchia, no, io lascio appunto la vecchia per la nuova, la vecchia sì, resta a casa e chi vivrà un giorno non ci vedrà più, perché è scritto nel destino che dobbiamo morire e allora accettiamolo. Ma anche no, facciamocene una ragione, e se vogliamo anche una religione di fede, l’importante è sempre seguire il proprio sentiero per quanto salato sia. Un sentiero in salita. Poi viene la pianura (magari Padana) e poi si scende a compromessi (Berlusconi-Fini-Bossi), sì, poi quando arriverà il fatidico giorno può darsi, perché no, che si convolerà anche a nozze e sarò tra coloro che saranno chiamati i compromessi sposi. Perché è ardua questa nostra sentenza di vita adesso, ma solo adesso, e adesso ci sei tu, tu ed io, e facciamo di tutto un brio, anche del male e del dolore.


Il vento fuori urla portami via, adesso che sembra come se sotto gli occhi le borse appese per il viaggio, ma io non vado via, il cielo è una nuvola grigia, è un trambusto di foglie, rami spezzati a terra, aerei percorrono le strade in alto e la sublime voce della discrepanza tra l’essere principe, stalliere, semplice uomo o saggio eremita si fa flebile all’interno dei miei canali, spesso sono fiumi, burrascosi in preda alla tempesta, scorrono via come pensieri, confluiscono tutti al mare ignoto dell’inconscio, forse collettivo o da collezionare. Le antenne puntano sempre verso una direzione a me sconosciuta, sui tetti, un passerotto si scrolla la polvere dalle ali, lì, su quell’antenna. Riprende a volare.