7 luglio


E’ seduto lì, fissa il bianco muro incrostato di fuliggine, vecchio, antico blocco alla sua vista. Parla e rumoreggia frasi senza senso, alza la voce, si adira contro il nulla che gli si para innanzi, non capisce dov’è il cielo, non ricorda i capelli che carezzava alla figlia, è dimentico di lei bambina dagli occhioni grandi e impauriti. Rimane solo lì, a parlare al vuoto che rimbomba un eco di silenzio pieno di fantasmi.

Lei le sta vicino. E’ grande ormai, cerca tranquilla le sue piccole cose, seduta su una vecchia poltrona dai fiori spenti, una volta, pensavo che fossero accesi da un un sole pieno di colore. Lo ascolta, fa finta di nulla, distesa chiama al telefono e all’improvviso piange.

Mentre fuori il cielo tende a calare verso sera, mentre tutto fuori scorre piano e dolcemente, mentre il sole cade all’orizzonte, mentre tutto cade e accade.

Passa una donna veloce imprecando davanti a quel divanetto, porta scartoffie tra le mani, cammina veloce, adirata, offesa, nevrotica apre un porta. Lei continua a sentire le lacrime scendergli sul viso mentre parla al suo lontano amato, continua a parlargli, la voce trema, come se il danno della vita in quell’ora esatta l’abbia colpita come un lama sferzante direttamente al petto. Parla e trema. Il padre urla nel vuoto. La madre indifferente e offesa.

E tutto cala, scende il sipario che chiude la giornata, un manto riveste la città illuminata, gli occhi si chiudono per un’altra notte di nuovi sogni. Forse. Forse sarebbero stati nuovi sogni. Gli incubi a volte scompaiono proprio quando chiudo gli occhi. Ed è steso adesso davanti a me, un velo, un velo non del tutto pietoso, ma che perdura, un leggero appannarsi, un leggero distaccarsi da una troppo cruda realtà. Lontano, la musica che ci fa ballare nelle notti d’estate.

Dimmi amore, dimmi.

Primo di L’uglio


La morte è l’ultima a morire, della speranza non v’è carezza se essa sale e diventa asprezza e non s’apprezza il piccolo costo dei grandi prezzi usurati dal tasso che scava a cercare oro per pagare le conseguenze di un conflitto interiore di disinteresse quasi total, ma anche medium che legge la mente non scrive il pensiero, vaneggia e gode, borseggia come ragazzina al supermercato con lo zainetto Hello Kitty e tucchisei, si chiese la chiesa alla vista del divino, ma incrociamo pure le dita senza troppo essere pungenti mica siamo api Maya, magari azteche e cerchiamo miele, sale e fiorai sdolcinati con la torta di un compleanno già completato e contemplato, anni verdi e allora passiamo a tutta velocità, anni bui e accendiamo le luci, anni luce e sfidiamo le galassie. Siamo uomini, animali o cose, siamo gioie e salamoie.

18 Giugno


Oggi è nata una piccola stella, a volte nel suo essere piccola riesce a brillare tantissimo, a volte nella sua immensità nel cielo si oscura, a volte e lei non lo sa, riesce a irradiare raggi stupendi. Non è possibile non poter contemplare questa piccola stella, lassù, un po’ lontana e un po’ vicina, tra il mare e il cielo, tra il cuore e la pazzia, non è possibile resistere dalla voglia di abbracciarla, di accogliere la sua luce nel mio sguardo, di puntarla con il dito e accarezzarla con la mano. Piccola stella tutto questo è dedicato a te, che a volte esplodi e fai soffrire e a volte resti così piccola e indifesa, oggi è il tuo giorno da ricordare, perché splendi sempre, sì, una splendida stella.


V’è un muro bianco, obliquo al cielo, sopra il quale il cielo si ricrea infinito, verde, assolutamente intoccabile. Gli angeli vi nuotano, e le stelle, anche loro indifferenti. Sono il mio medium.
(Sylvia Plath)

In altri luoghi (magari comuni)


Il freddo lo stava consumando.
Ella era partita convinta che l’amore per lui sarebbe potuto essere eterno, bastavano quei dieci minuti a letto con lui per sentirsi di nuovo viva e amata, desiderata. Ma che senso aveva ancora continuare a tirare la corda, quella corda infinita che mai sembrava potesse spezzarsi. Fino a quando quell’enorme elastico si sarebbe potuto estendere, fino a quando. Quel cordone passionale si sarebbe spezzato in frantumi di vetro, e lei, avrebbe dichiarato a se stessa di aver sbagliato, di aver considerato il sesso la sua storia d’amore più grande. Sarebbe dovuta fuggire, scappare da quel suo pensare ossessivo, la dieta, le gambe perfette, la corsa di dieci chilometri per raggiungere tutti i giorni il cielo.
Grigio come il piombo.
Quando si sarebbe ritrovata per terra a pezzettini di vetro riflettendo la luce di un’antica aurora, avrebbe iniziato a ricomporsi, a costruirsi un proprio specchio dove rivedersi nuova. Adesso stava cadendo a pezzi e non sapeva.

Come la Torre di Babele. Una volta crollata non ci sarebbe stato più alcun modo di comunicare.
Il freddo lo stava consumando.
Lui intanto continuava per la sua strada. Lei si spezzava.

Marchiato


Marchiato

Adesso sono un marchiato.
Non sono macchie che si tolgono via con una pioggia estiva o primaverile. A volte ci vuole una vita intera, a volte forse neanche basta una vita intera perché taluni cose vadino via da noi per sempre. Esse restano in eterno in un cantuccio del nostro essere. Sono indelebili. Così come io sono debole o come forse lo siamo tutti.
Seduto alla scrivania e guardando l’ora al polso, le penne buttate, le scartoffie, guardo dritto un attimo al soffitto. Una lieve brezza mi sfiora il collo dalla finestra rimasta semi aperta. Era davvero tutto finito quella sera, era davvero tutto finito?
Ogni inizio ha una sua peculiarità, nulla si può definire come inizio in sè per sè. La vita è un continuum. Ti ho ritrovata parecchie volte, ti ho sentita l’altra sera al telefono che mi urlavi ansiosa, ti ho letto l’altro giorno che scrivevi battute polemiche contro la libertà di espressione.
E poi, poi la depressione che invade il mondo di oggi. Chiudo gli occhi, mentre si muovono nervosamente. Mi chiedo cosa ci sia che non funziona, perché l’amore debba creare questa enorme discrepanza tra immensi attimi di gioia e dirupi ardenti di dolore. Cerco di non pensare più. No, adesso quella sigaretta non l’accendo. Cavolo, te l’avevo detto, avrei smesso. Avrei smesso.

Come s’inizia, come in certezza, romanzo adulterato


Si sonda nell’aria il sintomo inquieto di un temporale primaverile che vuol piovere assieme alla mia irrequietudine. Sono qui adesso davanti alla finestra incerata ed attraverso si snodano luci e bagliori di questa mia ora estiva, io che guardo foglie e alberi bagnati e poi asciutti come se fossero le eterne presenze della natura che affligge e indugia, soccorre e incombe come l’idea che avevo di te all’età di 17 anni quando ancora ti immaginavo lì camminare su quella strada tra gli sciabordii di un pavimento d’acqua dove poggiavi delicatamente ma con passo frettoloso le tue scarpe macchiate e luccicanti che il giorno prima riposavano nella mia stanza. Adesso camminano con te, ti vedo, vai avanti su quella strada infarinata di polvere e foglie umide. Intravedo la linea della schiena che si muove davanti a me. Io osservo come se fossi un ladro dietro una finestra il tuo andare lento e tenace.

Lo sguardo è volto adesso al mio interno e ricordo quelle ore di pioggia e la tua chioma riparata dall’ombrellino rosso che ti avevo prestato. Ricordo che la sera prima eravamo stati insieme, a godere del colore del soffitto che ci sarebbe piaciuto avere di una tinta dal colore di una notte blu riempita di stelle.

Adesso è sempre dal mio sguardo che gocciolano stelle. Piccole stelle fatte di lacrime che scivolano via, incurante me ne bagno il viso e le gote senza asciugarle. E’ stata un’altra notte che poi è finita con te che sei partita ed io che resto solo ancora a guardare dietro la finestra.

C’è il sole, le foglie spazzate dal vento, la leggera brezza, ma le tue mani e i tuoi occhi che m’imploravano amore sono scomparse. Hanno impresso un solo ardente marchio all’interno di me. Un altro giorno e tu già non ci sei più. Ma io adesso sono marchiato.

Attimi di vetro


Attimi di vetro.

Questo tramonto ha il sapore di baci sfiorati nelle nebbie di un sogno,

di sagome oscure intraviste nel morbido abbraccio della penombra,

apre spiragli di luce verso l’oceano sui cui sfociano i torrenti

delle mie speranze.

Tutto e’ già avvenuto e mai sarà

Attimi di vetro.

Quest’alba respira aliti di vite bramate

ha lame di luce che lacerano l’impalpabile superficie delle mie illusioni.

Mi ha scaraventato oltre la soglia dell’incanto

tra suoni incolori che agghiacciano l’esile respiro del mio cuore.

Tutto e già avvenuto.

Attimi di vetro.

Questa sera socchiude gli occhi alla vista di un fiore soffocato dal gelo,

il sole cala tra i bagliori di ricordi mai nati,

tra i pezzi abbandonati dei miei attimi di vetro.

(Marcella Piras)