Come andare coi piedi di piombo, col cuore d’oro e gli occhi smeraldo. Siamo pesanti davvero a volte. Ci portiamo zavorre d’argento lungo cammini deserti piastrellati di giada. Cerchiamo passione rossa ad ogni passo di piombo perché siamo cauti sul nostro andare pensante.

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Invidia


I peccati di un’intera nazione, un’intera civiltà.

L’invidia è il mio peccato capitale e pensare che ho anche i peccati provinciali: lussuria, accidia, limortaccitua, chetepossino, dammelalamela. Ci dev’essere un’intera nazione di peccati, uno stato capitale, noi ci viviamo sopra perché non peccare? Perché peccare ci fa sentire in colpa, ma che colpa abbiamo noi se prima ce ne danno la possibilità e poi noi non prendiamo la colpa al volo, magari prendendola alla gola senza troppo strozzarla, un peccato di gola alla colpa, un colpo di gola, ma di gola profonda e in cui non centri nulla la golosità, magari un po’ d’avarizia e per quella basta addolcirsi la lingua con liquirizia che fa mandare tutto giù, anche il boccone più amaro. Lucano. Bere è un peccato o conduce semplicemente alla morte di chi si rode il fegato di rabbia? Rodersi il fegato è un problema da alcolisti anonimi e il radersi è la soluzione ai troppi peli sulla lingua? E lei continuava ad avere il muso. Ma continuava ad avere anche occhi e bocca. In pratica non cambiava mai la sua aria e dentro di lei non si respirava molto bene infatti. C’era puzzo di chiuso in lei. Preferisco chi pecca all’aria aperta, perlomeno te la da a vedere. Bisogna sempre vedersela da soli con se stessi alla fine o anche con se stesi sul letto. Nessuno te la da a vedere così tanto per dare. Lussuria. Godi piano ma godi godi. E sarebbe un peccato di superbia godere solo per se stessi. C’è chi ara e c’è chi ira, e naturalmente chiare, fresche, dolci acque. Battisti e Mogol. Eppoi ai sette nani arriva la rabbia di non riuscire a colpire il principe azzurro allo stomaco perché troppo bassi, e l’ira si sa, colpisce allo stomaco, ottima pugile che spesso fa rima con gelosia. Gola e gelosia, un binomio imprescindibile. Se io ti ingurgito non vorrò mai che nessun altro lo faccia al posto mio, sono geloso delle cose che ho dentro. Gelosissimo. Golosissimo. Levissimo.


Siamo anime in pena. Sinceramente siamo anime che fanno pena. E dissi io una volta a te che vale la pena vivere ma non vale la pena di morte. Pena l’esclusione dal mondo dei beati che si distingue da quello dei beoti. Il sonno è un lontano ricordo. Ricordi i sogni? Riesci a ricordare i nostri sogni? Ci insegnavano a svegliarci la mattina per fare bene le cose il pomeriggio e poi la sera tornavano qui da noi, i sogni ci insognavano. Ci insognavano a vivere. Emozionaci. Torna a farci sentire. Che il tatto si è disperso, come il calore in queste ore, sento il freddo sui polpastrelli, come nella notte d’inverno girano neri i pipistrelli. Le mie mani volano e non toccano più, perché non sono più sulla terra. Né con mani e né con piedi per terra sempre a qualche millimetro da terra. Riesci a vedere oltre l’orizzonte? Riesci a percepire il confine che non c’è? Dove ci porteranno le nostre regole senza regole, come case senza tegole, ci piove dentro di noi, l’acqua scende e siamo sempre bagnati fino ai piedi, stiamo morendo mia cara, stiamo morendo come lacrime nella pioggia. Non si avverte più il sole accenderci la faccia. Ci stiamo bruciando da soli, questo è il nostro lavoro in questi giorni, ci stiamo spegnendo, siamo candele.

Tagli e togli


Le ghigliottine per i colli non vanno bene allo stesso modo per le pianure e quando si vede il bel tempo perdere la testa quando posso di sera il mattino dopo faccio bel tempo alla faccia di chi l’ha persa e si riposa sugli allora inutilmente sperperando denaro al tempo passato come stare alla larga dal capire e mettersi alle strette inconfutabili, come insaziabili predoni dell’anima gretta che s’innalza come ondata di vento folle che mi prende e mi butta via, neanche mi rifiutassi o fossi avanzo nel mio porgermi dinanzi ad un elastico che tenda la situazione fino all’indescrivibile e ci piacerebbe togliere quell’inde per rendere il tutto di nuovo scrivibile, siccome che i pensieri non hanno sbocco neanche dalla muta essenza delle labbra circoscritte delle povere parole che sempre di meno e sempre meno significato appaiono avere. A vere conclusioni non si giunge mai. Proiettarsi su una pagina bianca dopo che tutti hanno già scritto, detto, fatto già tutto, potrebbe di nuovo progettarsi di nuovo? Buttarsi sul foglio. Sinceramente preferirei andare a fitto capo, con la testa distesa direttamente su un’amaca a forma di foglia. Mi detesto. Mi detesto tantissimo. Ma poi di una cosa mi sono sempre chiesto l’essenza: se il mio televisore ha uno schermo piatto lo posso usare in cucina per farci due spaghetti?

7/7/2007


Fu quando quel giorno decisi di uscire di casa che avvenne l’incidente più grande della mia vita. Sì, perché fu proprio un incidente, sapete, proprio come quelle cose che ti accadono per caso, magari per casa, tipo infilare per “caso” le dita in una presa di corrente. Lo avete fatto davvero per caso? Ecco, io non credo nelle coincidenze. Quindi si da il caso, ed è proprio il caso di dirlo, che il “caso” in realtà non esiste, c’è sempre un motivo. Entrai nella macchina sotto quel sole ormai pallido di qualche anno fa (allora sì, allora era ancora pallido rispetto alle estati che stiamo vivendo adesso) e usci nella piazzetta dove un amico già ubriaco mi stava rimproverando della stessa cosa, direi che si possa chiamare ipocrisia alcolica questo tipo di comportamento, l’alcolizzato che dice all’altro “Tu sei ubriaco!”. Ma furono solo pochi minuti. L’aria era grigia benché nonostante fosse estate, forse erano i miei occhi che ingrigivano le strade e la chiesa che si parava sempre alta, allora era così dannatamente alta, perché io ero così dannatamente più ragazzino. Mi lanciai con la mia vecchia Delta (e forse anche questo non fu un caso, una Delta, e potevo scegliere su quale delta del fiume della mia strada dirigermi), e mi ritrovai velocemente sotto il paese lungo una stradina con entrambi ai lati case, marciapiedi ed erba sporca di polvere. Fino in fondo a quella strada. Ritornai indietro. E quel grigiore si trasformò in un cielo nero, mi si chiusero gli occhi e mi appoggiai su un fianco mentre stavo guidando, incidentai a sinistra, esattamente come dovrebbe fare qualsiasi buon bevitore, incidentare cioé sempre e solo a sinistra. Mi addormentai sul volante e ci furono cinque minuti di silenzio universale. All’improvviso un uomo venne a bussare al finestrino, e poi vidi la mano di lei, la macchina che prendeva fiamme, i carabinieri, i pompieri e centinaia di persone che dal paesino erano tutte venute a vedere lo spettacolo. Ce ne sono pochi di spettacoli per la gente che abita nei piccoli paesini. E così mentre tutto scoppiava, io seduto sotto di lei le baciavo il collo e l’accarezzavo, intravidi anche un po’ del suo seno, si lasciò baciare come se tutto fosse normale e come se tutto fosse normale prima di essere preso e portato via dai carabinieri le chiesi il numero di telefono. La settimana successiva si trasformò in colei che fu il mio amore per sette lunghi anni. Sette.