Non sapere se, non sapere quando, non sapere per cui, non sa non dice, tace, acconsente. Si nasconde. Fa, consuma, con matra, Sumatra, Gomorra, Sodoma, le tre arpie, i quattro ladroni, le sette vipere, le ottave nane, cacciatori di affari, pro e contro, procacciatori, contro campo, neutro calciatori, svelate, veline, barconi, fuori come balconi, a lampioni spenti nella notte, dado ma non tratto, liscio ma contundente, come dire carie e vedere dentiera, come sbandierare ai quattro venti, cioè ottanta, se santa mi da tanto mi faccio monaco, se monco non scambio la mano, se scambio la mano non ingrano marcia, poi la solita, quella morta.

Sono ancora vivo e forse non vegeto ma vagito, praticamente bambino, neonato, primavera, estate. Oserei dire pupo, ma pupo bene.

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Per lei


Ho attraversato monti e mari

scalato montagne e colline

oltrepassato tempeste d’acqua e fango

caduto in campi di grano sconosciuti

rialzato in terreni di notti insonni

su letti che non erano fiumi

percorrendo strade che non hanno nome

lungo strade che mai ho conosciuto

spezzando paure e rancori

lungo strade senza nome

sopra mari e terre sconosciute

oltre nuvole e orizzonti

per raggiungere un altro sole

per guardare in occhi nuovi

scansarmi via dai vecchi rovi

per toccare, vedere, sentire

oltre ogni ostacolo del cuore.


Difficile cambiare il vecchio con il nuovo. Soprattutto quando il vecchio cammina ancora col bastone e magari ogni tanto lo punta in aria dichiarando che quelle stelle sono i Bastioni di Orione. E con che fa rima Orione? Difficile cambiare il vecchio, basterebbe forse buttarlo via nella monnezza e sarebbe facile visto che l’Italia ne è invasa. Ma dove si buttano i vecchi diari con la barba lunga e che stentano a raccontarsi ancora? Dove vanno a finire poi anche le parole scritte? E gli occhi che leggono? Che fine faranno soprattutto gli occhi che leggono? Ed io che ho visto occhi che voi neanche potreste immaginare. Lasciare qui è un po’ come morire, ma bisogna morire ogni tanto per poter rinascere del tutto. Io credo fermamente nella reincarnazione delle idee. Ma anche in quella delle parole. Le parole trasformano la realtà, in ogni modo non si spengono, continuano a luccicare anche se muoiono, sono come le stelle. Basta una parola. E fu il verbo. Ma anche l’aggettivo e il pronome interrogativo. Faccio una piccola prova di trasferimento, prima da qui, poi da dove mi trovo realmente. Il sette mi perseguita. Mi farò chiamare Andrea Sette? Diventerò scrittore? Scultore di labbra? O sarò semplicemente un idiota? E’ tempo di morire. Tutto ciò che cambia per adesso lo potreste provare qui. Ma nulla è ancora detto, soprattutto nulla è ancora fatto. Il fato, dove mi porterà il fato? Soprattutto la fata, dove mi porterà la fata? Ehm, sto divagando, quasi allagando, sapete, quando si aprono le dive sulle dighe per conoscerle meglio, si usa dire che si sta divagando. E loro si gettano in mare per restare divine. Eh, sì, le dee stanno nel mare. Si tuffano come sirene o come il sole all’orizzonte quando cala la notte. Sì. Sono stelle.


Dove potrei prenderla e portarla via,
quella mia dolce segreta fantasia,
dove ci ritroveremo tra un anno,
tra segreti, astri, fato e danno,
c’è stato un secondo incidente
che mi ha colpito decisamente,
se prima è stato in strada
il secondo è stato un salto in aria,
atterraggio e decollo,
e poi il collo, la bocca, gli occhi,
nessuna incertezza, nessuna amarezza
aggiungiamo zucchero alla vita
siamo ambrosia con la testa stordita
come nella teoria del caos
che nel suo disegno il pathos
unisce i puntini a forma di cuore
sarà il caso che un caotico legame
ci terrà stretti come manette
tra parole lette e parole non dette
stretti stretti ad un cuscino
ci assaggiamo piano e vicino
ci conosciamo e non ci conosciamo
ma ci amiamo, ci amiamo?
Stelle, notti, fiori e lingue
tra il troppo zucchero e il miele
l’unica nostra insulina il bacio e il fiele.
Acqua tempesta e incanto,
proprio lì, quel giorno li accanto.
Adesso scorre un fiume e ci porta via
siamo noi l’acqua e il mare,
e noi immersi come pesci e fatine.

Camelia


Hai gli occhi dolci, più dolci di una cerbiatta,

s’intravedono tra mille altri per grandezza e splendore

così come si avvicinano da lontano

ammantati da un vello d’oro

i capelli che si posano leggeri sulle spalle

e sfiorano lo sguardo e le gote

la tua pelle è bianca e di alabastro

ora appari angelo altre volte diavolo

e il tuo canto è sempre melodioso come sirena

il tuo parlare pacato e dolce, squisito da ascoltare

entrano dentro di me i tuoi suoni

e fanno inebriare di indicibili stupori

sei leggiadra e tenera quando cammini,

sensuale e docile nei movimenti

ma è nei tuoi occhi e nella tua bocca

che sono sprofondato più volte

i tuoi infiniti occhi dolci che mi sussurravano

di tornare a dormire sul tuo grembo

e tra le tue labbra di dolcezza smisurate.


“Amatevi, ma non tramutate l’amore in un legame. Lasciate piuttosto che sia un mare in movimento tra le sponde opposte delle vostre anime. Colmate a vicenda le vostre coppe, ma non bevete da una sola coppa, scambiatevi il pane, ma non mangiate da un solo pane. Cantate e danzate insieme e insieme siate felici, ma permettete a ciascuno di voi d’essere solo.”

(Kahlil Gibran)

Non legatevi come corde ma scioglietevi come neve al sole, come panna sulla lingua, lasciate sempre che la porta del vostro cuore sia aperta e pronta a cogliere e raccogliere, a mietere e a seminare, a seminare la polizia e a seminare la zia che vi ha colto in fragrante, già, proprio in fragrante compagnia, non dimenticatevi dell’amicizia che vi circonda ma voi fatevi spazio tra di essa per crearvi la vostra unica strada, non dimenticate i parenti, i genitori e le gemelle Kessler, accendete una candelina per ognuna di loro, prendete un fucile per ogni Raffaella Carrà che incontrate. Non cercate di incontrare la Incontrada che lei è già un po’ Vanessa e vaneggia pure. Mangiate il giusto e non ingoiate il rospo per poi sputare lo sbagliato, non aggiungete zucchero al caffé nonostante la vita possa sembrare già troppo amara, non bevete l’amaro, ma fate grossi sorsi d’amore e sorrisi felici. Fate bambini se potete ma senza moltiplicarvi, basta fare la somma di uno più uno, non compratevi troppi regali che se l’euro è alle stelle noi siamo rimasti alle stalle. E se pensate che stia arrivando un nuovo anno vi sbagliate, questo sarà più vecchio di prima, pensateci bene, avrete un anno in più, quindi decidetevi di vivere meglio, possiamo farcela tutti insieme, lasciamo l’Italia e andiamo sulle isole (ogni riferimento è puramente casuale), non baciate le mani, non baciate le guance, i baci si danno direttamente in bocca, soprattutto non imitate il Papa, mai baciare per terra, baciate verso il cielo, le stelle, la luna, e tutti gli altri astri. Buon anno, buon Natale, buona vita.