Insalata perduta


Dolce, come se fossi un nutriente per l’anima,
come un cibo a tavola da assaporare,
posata, così tenera e a portata di bocca e mano,
sei come il sapore del mare, salata e infinita,
indefinita come l’orizzonte all’ora tarda qui di fronte,
è un tuffo pericoloso affrontarti quando sei in tempesta,
ma io mi sento forte, sono colui che a te si manifesta, ma poi sei partita, dipartita.

“Non fuggire via mia sirena incantatrice,
tutto questo dolore non mi si addice,
tutto tace, tutto è infelice da quando amara sei andata via, far away,
portata dal vento, volata via col tempo,
mi sento scontento, il cielo si scuote,
le foreste ululano alle notti spietate.
Ma come me lo spiegate? “

Nel frattempo la nuvola di passaggio all’ora di mezzogiorno,
nasconde l’occhio mio ferito al sole accecante, come l’amore dicono che sia, cioè cieco e storpio,
e quella ferita alla mia pupilla
dove tu ti posasti come mia unica immagine del mondo, tesoro, pietra preziosa, banca del cuore, moneta per l’anima,
io non andrò a lamentarmi in mondo visione,
lo terrò tra me e la terra, tra me e l’erba spoglia, verde, come nelle foglie in cui rinasco.

È un passaggio necessario, un ponte da attraversare e poi far saltare, brucio le tappe,
incendio questo fuoco in petto senza più
il tuo cospetto non ti rispetto.
Ancora quattro passi in salita, sì, tu che sei stata salata,
mi sei costata, costata, come ad Adamo la costola,
non posso più lamentarmi, non sono più scosso,
sei tu il terremoto, calamità naturale, sei passata attraversandomi l’anima.

Adesso io percorro le onde del mare, naufrago, affogo e poi riaffioro
e in alto mi elevo sino al cielo
dove un soffio d’aria sarà il mio
ultimo bacio.

Ti dico anch’io addio mia adorata senza più
nessun odore, senza più sapore.

8 dicembre 2017 immacolata contrazione


All’improvviso tutto perde di significato, il vuoto che sento provenire da fuori mi riempie il buco allo stomaco che ho dentro e così mi inonda divorandomi e rendendomi vuoto a mia volta. Le luci si spengono e il buio avanza come in una notte senza stelle e senza luna, la nebbia oscura che avvolge tutto ma senza creare nessuna protezione, solo gelo e freddo da cui non puoi fuggire se non reagendo con tutta la tenacia e la forza e la smania di vivere ed esplodere che ti porti dentro da una vita. A volte dunque esplodo nelle notti che appaiono più corte di quello che sono, forse per una contrizione del tempo che invece di dilatarsi, e cioè quando la mente è allineata positivamente all’energia dell’universo e con esso si espande, si contrae, torna indietro, esattamente nel periodo buio della vita, in una fase dove ti rifiutavi di crescere e in cui dovevi nasconderti nel ventre della madre perché la paura era l’unica emozione che invadeva il tuo corpo e la tua mente. Non siamo perfetti e le nostre idiozie e difetti ce li porteremo fino alla tomba, forse modificati e intarsiati in una tale maniera da renderli come strane linee su un’opera d’arte, quei difetti che rendono un quadro qualunque un quadro originale e persino un capolavoro. Come la Gioconda. Cosa sarebbe la Gioconda se fosse davvero bellissima mentre non lo è? Ecco perché è considerata un capolavoro, perché è bellissima nella sua bruttezza, nei suoi difetti che creano il suo mistero, la sua storia. Perché se siamo perfetti, non avremo mai neanche una storia da raccontare.


La poesia è il tuo ombelico
È la tua pancia, il cuscino dove lasci
I sogni a riposare
Come le chiavi di una macchina che non hai
Un milione di chiavi
Che appesantiscono il cielo
Perché il cuscino è blu
Milioni di sogni e chiavi
Che non apriranno mai nessuna porta
Poiché i sogni non si avverano mai
Non hanno contratti
Si costruiscono mattoncino dopo mattoncino
Legano la corda dell’anima ai desideri del corpo.


Sto cercando un modo per interrompere i sentieri del passato che vogliono ricollegarsi ai boschi del mio presente. Probabilmente dovrei far perdere le tracce lasciate sulle strade, usare molte deviazioni, forse finanche scorciatoie e potrei provare ad arrampicarmi su vette già dimenticate. Il problema di lasciarsi le città del passato alle spalle è andarsene muovendosi nello spazio più che nel tempo. Muovendosi appunto. Se resto fermo nello stesso punto la mappa delle strade che viene a me dal ricordo è facilmente riconducibile. Potrei provare a camuffarmi, alcuni dicono che adottare una nuova maschera, nuovi vestiti e comportamenti aiuta nel percorso del viaggio. Dovrò trovare numerosi negozi nella mia via, magari anche eccentrici. Eppure in qualunque posto mi diriga c’è sempre quella luna piena che mi irrita la notte e quel sole che brucia nei miei occhi. Finché potrò muovermi dalle memorie che stano spiando ogni mio movimento e a confonderle sarò salvo. Ma ho l’idea che non potrà durare all’infinito. Prima o poi ogni sentiero si ricongiunge e in quel punto segnato da una X credo che ci sia l’ultimo atto di volontà.

L’apparenza conta


L’apparenza conta e se scompari sconta

la sconfitta all’ultimo piano in soffitta

con questa nebbia così alta e fitta

che colpisce al cuore una spada trafitta

alle ghiandole surreali e a quelle illusorie

un trapianto tra una lacrima e un’altra

una sostituzione di sogni e cassetti

traslochiamo l’intera mobilia invecchiata

come le tue rughe e le finestre dei tuoi occhi

scomparsi dietro i capelli che scorrono

sul tuo viso come una cascata impenetrabile.

Tra nebbia e nibbi reali in altri cieli sereni

tu scompari ed io appaio altrove

tu sei diventata dispari e di spari sparisci

io pari, col dado tratto che segna cuore,

ora siamo minuti, ogni secondo eterne ore.

 

 

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Ho il gioco in mano


Io ho il fuoco sul palmo della mano sinistra,

la spada impugnata nella mano addestrata a destra,

nel complesso ti ho in pugno, sei un dado che ha perso la faccia.

Ti butto sul tavolo ed esce lo zero, è il numero che vali.

Non vali niente.

Sei l’apparenza degli occhi che scompare appena mi volto

e svolto la vita.

Perché di bar e caffè ce ne sono a milioni sul pianeta,

tu non eri capace neanche di essere dolce come la panna.

Amara. Salata. Come una lacrima sul collo di una lumaca.

In un giorno di rugiada antica.

Antipatica ma quale mai empatica.

Ti autodefinisci allora non sei nulla.

Ho il fuoco in bocca tra le labbra e la spada tra le mani,

Io sono colui che gioca, tu hai solo e sempre perso

perché non sarai mai capace di cambiare verso.