Parole sparse nei campi per coltivare pensieri


La realtà è solo un prodotto dato dalla mancanza di fantasia. Il reale è ciò che ci appare all’interno di noi stessi. Adesso spesso qualcuno ha desiderio di voler fuggire il reale per appropriarsi delle proprie ali, delle irreali quote da raggiungere volando ad altezze più o meno vertiginose, più o meno pericolose, più o meno voraginose. Chi s’innalza troppo in queste alture rischia una caduta direttamente proporzionale al livello della forza delle proprie ali irreali. Cadere da un altissimo castello in aria è pericolosissimo per la salute. Se sei la principessa cerca di cadere da quel castello creando una treccia di contatto con i tuoi capelli verso il basso, e anche verso il proprio basso ventre per un contatto di carne e pelle con la realtà. Colui che si crede principe dovrà dismettere la coroncina e rischiare il salto nel vuoto verso il basso, completamente nudo, senza nessun indumento che possa coprirlo.  All’uomo piace volare di fantasia, di appollaiarsi sulle peripezie e le peripatetiche, sulle ali della libertà, perché la libertà è l’unico concetto che vola ed è per questo irraggiungibile. La libertà è l’unica parola con le ali (un po’ come gli assorbenti per le donne), ma l’uomo non ne è munito, l’uomo è munito solo di munizioni e spesso spara a salve, a persone che erano già salve dalla morte o a persone che forse stavano solo salutando. Salve. L’uomo dunque non sa cosa sia la libertà perché non è mai riuscita a raggiungerla o ad acchiapparla. Ma quale libertà si potrebbe far prendere? Nessuna, sarebbe un contro senso perché significherebbe che la libertà non è libera neanch’essa. Da ciò verrebbe spontaneo argomentare che la libertà in sé per sé è un concetto vago e che soprattutto vaga, come fanno le nuvole timide e tiepide nei cieli azzurri di primavera senza creare scompiglio al sole. La libertà è però come il sole. Un elemento unico e assoluto, ma perché no, anche assolato, splendente, che brilla di luce propria. Un uomo è libero dunque quando riesce a brillare di luce propria senza vivere riflettendo quella di altri o di altre. E come la felicità anche la libertà non può essere mai costante, ma costa fatica e sacrificio. Ho deciso come conquistare la libertà. Forse basterebbe anche solo ammaliarla o affascinarla, proponendole di uscire con me un giorno e accompagnarmi laddove non costa nulla. Una bazzecola. Te la do io la libertà. Ti accompagno io in un’isola deserta, in un’isola diversa, andiamo in Costa Rica. Io e la libertà che facciamo l’amore su una spiaggia deserta. Due essere mitologici che si riproducono. Cosa nascerà dal rapporto di un uomo che brilla con la propria libertà? Di sicuro una fanciulla dalla rarissima bellezza. Essa verrà chiamata Felicità e sarà la nuova donna del nuovo mondo.

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Il culto dell’illeso


Sono rimasto illeso. Nessuna cucitura intorno al mio volto o sulle braccia, nessun segno sulle gambe o intorno agli occhi se non profondissime occhiaie che mascheravano il buio infinito che si era impossessato della mia anima dopo il crollo avvenuto dopo il decollo. Non bisognerebbe mai fermarsi una volta raggiunta la vetta e bisognerebbe invece continuare a salire, in cielo, continuare con tutte le proprie forze a cercare di volare, di buttarsi. Fu così che ripresi il cuore in mano, e mi accorsi che era l’unico mio organo ricoperto di cuciture e cicatrici, era palpitante, era vivo più che mai nonostante il fatto che ci si potesse aspettare che una volta deceduta l’anima, muoia anche il corpo. No, io avevo troppa passione per morire definitivamente. Dovevo assolutamente donare quel cuore ad un’altra persona. In fin di vita. Un altro cuore infranto, una persona che stesse per morire senza più ossigeno e sangue che venisse pompato al cervello. Il mio compito sarebbe stato quello di sopravvivere solo per il mio cuore, per fare il donatore d’organi a chi come me era sopravvissuto all’incidente più pericoloso che possa capitare nella storia di un uomo: innamorarsi e poi perdere l’oggetto d’amore. L’amore perduto, l’arca dell’alleanza, la sacra sindrome che ci esalta e ci umilia, che fa rinascere e che ci fa morire. Forse avrei dovuto far elevare a religione quello strano culto dell’attrazione, come simbolo sacro un cuore pulsante all’interno di una bacheca di vetro. Un cuore rosso. L’unico cuore che non sarebbe mai stato più donato.
Morire. Rinascere. E’ questa una religione. La nostra religione sono le storie d’amore.
Dopo quel volo capii una cosa fondamentale: che anche la morte si sente sola, ed anche lei, anche lei desidera un bacio da uno sconosciuto. E’ sexy la morte. Quel vedo non vedo. Ah ah ah! Quel sento non sento. Ah ah ah!
Sono forse impazzito, può darsi. Adesso so bene chi amare. Adesso ho capito qual è il culto da seguire. Nessun Cristo per Pietà! No, nessun chiodo, nessuna più sofferenza, nessuno spargimento di sangue ai polsi (hai mai provato a tagliarli per amore?) e nel petto (ti sei mai picchiato fino a farti male?).
E’ il cielo. E’ lo specchio d’acqua in cui m’intravedo d’estate nei miei sogni bagnati. E’ quell’orribile faccia segnata che ti tocca vedere tutte le mattine allo specchio che devi venerare come un Santo. E’ questa la verità. Non c’è nessun altro Dio che te stesso, mi dispiace, è questa l’orribile verità, ed è a tua immagine e somiglianza.
Ma non preoccuparti. Al massimo durerà un centinaio d’anni per i più sfortunati. Tu, al massimo, arriverai intorno ai 38, forse 40 anni. Abbi pietà di te.
Era tempo della cena. E tutti gli invitati furono costretti a ubriacarsi.