Che tu sia per me…


Questa notte M. non ho dormito. Ho avuto un incubo mentre cercavo di sognarti e dopo essermi svegliato non sono più riuscito ad addormentarmi. Ho ripensato a tutte le coincidenze che ci hanno legato per così lungo tempo fino ad oggi ed ho ripensato alla canzone che mi hai fatto ascoltare, si intitola: – Non è normale -.
Forse non lo è, ma allora non trovi che tutto possa essere definito “eccezionale”, quindi tutto ciò che va oltre l’eccezione, la norma, la consuetudine? Poi è venuto anche il libro. Uno scrittore straniero ha scritto un romanzo su noi due prima che ci conoscessimo e prima che anche lui potesse conoscere noi. La protagonista ha il tuo stesso nome M. oltre al fatto che il viso della donna ritratto in copertina ha il tuo stesso sguardo dolce ed etereo, gli stessi occhi magici incorniciati da delle sopracciglia dalla forma di una mezza luna nella notte, la bocca dalle labbra rossa color ciliegia con il labbro inferiore deliziosamente più carnoso, oserei dire polposo, da sfiorare con le dita come farebbe con la panna un bambino. Io sono quel bambino.  Tu hai gli occhi di gatta, di una gatta che graffia per accarezzare.
Ti sei già dimenticata che ci siamo incontrati per via solo di coincidenze? Ricordi? Ne parlava anche lo scrittore M. K. – E’ solo attraverso le coincidenze che può nascere l’amore-. Poi sono arrivate le metafore, quelle pericolose, quelle che ci fanno perdere il contatto con la realtà. M. K. stesso diceva  che solo da una metafora pericolosa può nascere un rapporto come il nostro, una relazione, un incontro.
Ma mi chiedo se  è vero che solo con te riesco ad essere me stesso ed accedere alle parole che risiedono nel profondo abisso sterminato del cuore come se quelle parole colte in quel luogo fossero la mia unica grammatica? Ogni giorno ti chiamo con un appellativo diverso, mai uguale, sei sempre diversa anche tu, tu sei come il tempo che si apre lungo lo spazio della mia, nostra vita. Ho imparato a decifrare il tuo linguaggio e quello del tuo pensiero (per non parlare di quello del tuo corpo). Conosco quello che si cela dietro le tue parole: io ti traduco verso l’interno della mia anima e poi ti rimetto al mondo codificata nella mia lingua (e anche sopra la mia altra lingua). Per non discutere di quando ti leggo letteralmente il sentimento che provi in quel momento anche a distanza e poi mi chiedi come faccio ed io ti rispondo sempre che – Non ne ho idea – . Non lo so. So te.
Forse semplicemente non esisti e non sei mai esistita? Sei il lavoro enigmatico della mia mente? Eppure sei stata così tangibile.
La tua bocca c’era. Incollata alle mie labbra dal miele. Le mie mani c’erano. Distese sulle tue cosce. Le facevo percorrere sulla tua schiena nuda ed infinita e le stesse mie dita percepivano la morbidezza e la sensualità dei tuoi lunghissimi capelli neri, più neri della notte e mossi, ondulati come le onde del mare in tempesta mentre è percorso da una nave fantasma, e i miei occhi specchiano ancora i tuoi e oltre i tuoi occhi rifletto tutto il resto del tuo corpo morbidamente disteso sopra le lenzuola dove in tutte le curve ho creato un incidente con il passare delle mie di labbra. All’inizio ci siamo toccati come se fossimo degli estranei. Poi ci siamo toccati come ci hanno insegnato a farlo. Solo alla fine abbiamo osato toccarci come facciamo noi due.
E se tu fossi qui, adesso, ti abbraccerei con tutte le mie forze fino a spezzarci entrambi nell’impeto di quel che provo per te.

Per M.

[bozza]

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Lieti fini


L’ho lasciata.

L’ho lasciata appesa alla finestra mentre fuori c’era un leggero velo di neve che aveva ricoperto  il piazzale di fianco alla mia abitazione.

L’ho lasciata lì, come una calza lunga ad asciugare, pronta per il carbone della Befana.

Ma quest’anno non ci sarà nessuna Befana a portarmi i regalini. Nessuna.

La Befana è finalmente morta. L’ho lasciata appesa.

Ho impiccato finalmente quel mostro di mia moglie.

Lei è appesa alla finestra. Non la calza. Quella Befana di mia moglie.

Il mormorio interno di Travis


Buongiorno Travis. Pensi ancora a lei? Davvero non fai altro. Vedi ti affacci alla finestra oggi.Vaffanculo, ci sono altre finestre fuori e dietro ogni altra finestra una donna che scopa con un uomo o che meglio si fa scopare. Che puttane, sono tutte puttane. Luridi, stronzi figli di puttana anche loro, i maschi che le scopano. Soprattutto loro sono dei pezzi di merda che le trattano come schiave e loro, le donne che io amo o forse penso di amare che si fanno usare come pezze per pulire il pavimento. Scopate. Bastardi, li ammazzerei tutti. Vero Travis che ammazzeresti tutti se solo possedessi anche una pistola automatica, oppure un fucile di precisione? Mi guardo allo specchio, dico beh, non sono male, ma non mi riconosco. Penso e catturo quella parola, come ispirazione, la racchiudo in una nuvola e la porto via e mi chiedo se il tipo allo specchio ce l’abbia con me, se davvero si voglia avvicinare e farmi male. No, no, il governo, i santi, i preti, dovrebbero finire tutti nella fossa è questo che pensi Travis? Ognuno pensa ai suoi loschi affari egoisti e nessuno mai davvero fa qualcosa per qualcun altro, forse tu, cioè io, noi due caro Travis, forse noi lo facciamo davvero per l’altra persona? Chissà se quella donna mi pensa ancora. Io so che ti ha amato e forse anche solo per un attimo e quell’attimo ti è bastato. La mano si muove vicino ai pantaloni. Scivola come a prendere una pistola che non c’è. Push, push push. Davanti allo specchio. Li ammazzeresti tutti, o forse, ammazzeresti te, siamo tutti sulla stessa barca vero Travis?
Si addormenta nel suo letto, con un libro spiegazzato tra le mani, la parola “AMORE” scritta vicino ad una macchia di rossetto su una pagina del libro.
Era quella la parola?

A rigor di logica (voli pindarici)


E’ già rettiera. In questo modo ha esclamato la prostituta il mattino seguente, dopo che il suo cliente le aveva chiesto: “Voglia di lavorare?” a cui lei rispose: “Saltami addosso!”.
Sono così che alcune notti vanno via per far restare dei giorni che non vanno mai in viaggio, non prendono mai ferie e che alla loro luce sulla sabbia vicino al mare e andando oltre verso gli abissi osserviamo taluni nell’impresa di trafugare montagne di dubbi accatastati uno sull’altro nelle profondità marine mentre vengono vagliati da sommozzatori di idee e cacciatori di brodo primordiale, laddove nacque (e soprattutto annacquò) la prima idea della storia, dove la gallina vecchia, anzi vecchissima venne per la prima volta cotta a puntino. Veniamo dunque da un mare salato come una minestra per poi risalire le colline e andare in montagna ed è questa la vera evoluzione dell’uomo, ci siamo evoluti spostandoci dagli ombrelloni verso gli impianti sciistici e ogni tanto ricompiamo lo stesso tragitto per sentirci di nuovo primitivi. Mai nessuno che voglia salire più in alto e volare, o saltare attraverso gli strali del cielo per giungere ad alternative conclusioni di carattere meteorologico. Al sol pensiero, mi viene in mente che alcune persone sole potrebbero vivere alla luce delle proprie idee, al sol pensiero.
Adesso tira vento e alcuni si tirano indietro, si fanno da parte, si mettono altrove, s’impiccano sui velieri, s’impicciano degli affari degli altri, c’è chi si siede agiato e chi si agita prima di agiarsi di nuovo in panchina, ci sono milioni di persone che vengono stimate in questo paese e altre che non si stimano affatto e soprattutto ci sono migliaia di persone che si sentono sismologicamente dissestate e procedendo verso altri territori troviamo persone dissetate, e qui di nuovo persone sovra-tassate, altrove persone assiderate e altrove altrove persone assetate di acqua, a volte di sangue, in altre volte e in altri archi quel che porta il convento (e non ditemi bambini).
Siamo appesi ad una fune e come funamboli cerchiamo di districarci dai fili tediosi del tempo che ci lega ma non ci porta a nord, insomma è una gran bella ragnatela quella che ci avvolge e semmai provassimo a svolgerla come il nastro delle vecchie cassette magari sentiremmo una melodiosa sinfonia di seta pervaderci la pelle come solo altra pelle sa fare senza strafare. Direi che sia quasi giunta l’ora, di ritorno da una lunghissima vacanza, in cui sia meglio darsi per vivi e non per vinti e ricominciare le proprie lotte intestine, le quali, come sempre, meglio non svolgere in bagno.

Non ho tempo da perdere con te


Non ho mai tempo per te. In ogni attimo, minuto e secondo della mia vita non ho mai un’ora per te. Non ci sono mai quando ne hai bisogno. Scompaio esattamente nel momento di ogni tua apparizione e non riesci mai neanche a vedermi allo specchio, almeno per un istante, a fianco a te a riflettere insieme, a pensare un attimo su come conciliare le nostre vite distinte. Distinte ma senza distintivo, divise ma allo stesso tempo così unite che nell’incrociarci, se fossimo di sesso opposto, invece di vite divise ci moltiplicheremmo. Abbiamo la faccia di un pesce che non sa trovare ossigeno all’interno della sua bolla d’acqua. Tu che hai sempre voglia di dirigerti verso l’alto come una bolla di sapone verso i vari castelli in aria ed io che ho voglia di sprofondare al di sotto della terra come una pesante incudine in cui scolpire ogni tuo, ogni mio fardello. Non ho mai tempo neanche di regalarti un bacio ed una carezza, di curare le tue ferite infette, non ho un attimo con tutto questo peso del tempo che mi opprime le tempie e non mi regola lo scandire delle mie dita intrecciate alle tue. Di una sola cosa avremmo necessariamente bisogno, di venirci incontro un giorno e renderci l’uno parte dell’altro. Non puoi la mattina far finta di dormire mentre io vado subito via senza salutare. Sono certo che un giorno ci scontreremo fortemente così come fanno due atomi impazziti e finalmente potremmo ritrovarci. Siamo noi due la mezza mela che ha deciso di scindersi. Ricongiungiamoci te ne prego. Dammi fiato. Abbiamo bisogno di essere una persona sola per essere un’uomo intero. Hai capito vero quello che voglio dire? Non sfuggirmi più la mattina quando ti cerco allo specchio e non ti vedo più. I tuoi maledetti occhi sono dannatamente simili ai miei. La tua bocca è quella che ho sempre desiderato da quando sono nato e l’ho amata per ogni cosa che sapeva pronunciare, sin dai primi vagiti.
Caro me stesso, è ora che ci diamo un appuntamento che ci conduca a nozze per un convivenza con la nostra stessa vita fino a che morte non ci separi. Sposa la mia stessa causa. Alla fine della nostra convivenza non dovrai preoccuparti di nulla. Penserà a tutto il giudice. I miei e i tuoi beni ce li porteremo comunque altrove. Solo insieme, io e me, saremo ricchi.

Clan Destino e Pan Demonio


Ho sempre considerato di creare un gruppo di irregolari per cambiare il nostro fato, un clan destino pronto a manomettere il futuro, il mostro fato contrapposto alla bella fata. Mi hanno suggerito che il futuro non è maschio ma bensì avrà una natura femminile, non il fato dunque ma bensì sarà la fata che ci incanterà e sarà la sacerdotessa di questo clan destino.
Non c’è fato che tenga, muoiono tutti nel presente, il futuro è donna ed io ci voglio andare a nozze, non abbiate paura dei fantasmi del passato, abbracciate le ninfe dei laghi e dei boschi che vi aspettano nel domani. Noi fuochi fatui, svaporati nell’etere, partiremo insieme lungo questo cammino davanti a noi, in questo clan destino, percorreremo terre lontane e sconosciute per raggiungere la fata dei fati e nulla sarà lasciato al suo destino, nulla al caso, nulla al casino. Pur adorando il caos ho bisogno della massima precisione possibile, colpiremo quando il futuro starà per calare all’orizzonte con una frecciatina e qualche battuta di spirito sul solito passato, passato e poi andato. Non ci potrà essere nulla che ci potrà essere fatale una volta valicato il confine del nostro tempo, al di là di questo presente, oltre le muraglie di un ora sconfiggeremo il fato e c’impadroniremo della fata che sarà nostra luce e guida, prostituta e meretrice, lucciola e marciapiede.
Mangeremo il pan demonio, festeggeremo con la torta paradiso, schioccheremo le ore arrugginite nella nostra bocca d’oro e berremo ogni istante inebriante per ubriacarci delle sabbie del tempo, raccoglieremo le lacrime dei salici piangenti in grossi calici di vetro ridenti, e rideremo di ciò che ci turbava dei nostri ricordi.
Porremo bombe ad orologeria sul cammino del nostro passato e faremo saltare in aria i ponti che ci tengono ancorati all’attimo, saremo senza radici e ingoieremo le foglie dell’oblio così per divenire completamente dimentichi di quando fummo nati, di quel giorno che alla nascita ci sentimmo fulminati dall’alito tempestoso della vita e così non saremo più  desti nati ad un futuro imperfetto e sregolatore. Non conoscendo la nostra nascita non potremo conoscere neanche la nostra morte e non essendo più destinati, nessuno sarà costretto a dover scegliere lungo il tragitto il luogo e il punto d’intersezione con i nostri antenati, coloro che furon nati e poi destinati. Non avremo più la coscienza di noi stessi sul mondo e riusciremo a librare a tre centimetri da terra.
Sorvoleremo i dettagli e i monti innevati del dubbio, ci renderemo immortali attraverso questo nostro clan destino, immortali, irregolari, vivremo in un tempo senza più nessun minuto da perdere e tutti da guadagnare.
[…]

Principi e fini


Adesso nella mia testa si sono aperti mille torrenti e io devo rovesciare fuori fiumi di parole, altrimenti soffoco.

Fedor Dostoevskij

Ti ho vista vicina, allo stesso tempo lontana, ma sentivo di poterti raggiungere soltanto attraverso un linguaggio diverso, non affatto in versi, come io odio i versi che non sono altro che il nostro piagnucolare sul proprio ombelico, e le lacrime sono belle da sciogliere e scansare via solo se si è carne davanti alla carne, quando sappiamo bene che a guardarci dritti negli occhi scopriamo che l’amore è soltanto un sentimento di copertura dal mondo per difenderci ma è in realtà la nostra pelle che sceglie. Ho bisogno di un altro linguaggio per poter comunicare con te, attraverso la mia lingua sulla punta della tua, con una matita che sappia disegnare alla perfezione la linea curva della tua schiena e il sopracciglio sinistro inarcato della tua maliziosa indignazione. Vorrei percorrere altre strade che mi possano condurre a te, nella residenza dove dovrei parlare un altro linguaggio per farmi accogliere, in che modo bussare alla tua porta, in che lingua potrei farmi annunciare? In questa casa che adesso splende di riflesso al buio della notte tra i lampioni dei marciapiedi e la variegata luce tenue rimasta del giorno andato, io mi siedo sul letto e con il mio sguardo riesco a pormi altrove, oltre questa stessa casa, oltre questa stessa città, oltre forse fino a vedermi da lontano. Vedo grattacieli illuminati, tante luci, la piccolezza della creatura umana che si annida in questo pianeta in realtà sempre più sconosciuto, dove ciò che davvero conoscevo era solo il profumo aromatico o amorematico della tua pelle. Cos’è tutto il resto se non lo si può condividere? Te lo dissi già allora, per vivere abbiamo bisogno di un pubblico ed un pubblico può essere composto anche da soli altri due occhi, l’importante è che recitando la nostra parte, recitiamo pienamente noi stessi nella più autentica autenticità. E’ così che siamo nudi uno di fronte all’altro. E’ così che ci spogliamo dalle foglie appiccicose caduteci addosso in un autunno di troppa complicità con il mondo esterno. Uguali. Solo se saremo estremamente uguali potremo amarci, così come già è stato un tempo.

Inanna era la donna giusta. Eva era l’ipocrisia incarnata.

Ci vuole forse un altro inferno, o forse un nuovo paradiso per capirci di nuovo. Io e te. Uomo e donna.