Categoria: pensare

Sospiro


Mi uccide il pensiero di non poter esser pensiero

e così volare e convolare nella tua mente come fossi vento

ogni volta che ti vedo mi reinvento qualunque idea

ma ogni tuo sguardo non rende mai giustizia

al mio cuore bandito per sempre nei campi di proiettili

dove sfrecciano gli indiani e le loro punte

rotolano rovi appuntiti a forma di cuore trafitti di spade

che dura lotta che eterna guerra questo nostro sospirare

insieme attaccati come lottatori, travolti, sconvolti,

lungo ogni duna di questo deserto ed ogni oasi nei tuoi occhi

la tua bocca è l’unica fontana dove prendere ossigeno

non farmi soffocare, non strozzarmi, mordimi

e lasciami un segno indelebile, un tatuaggio vigile,

che sia una freccia ad indicarmi la via che mi porta

ad aprire la finestra dove ti ammiro ogni sera.

La luna cala nel deserto e i miei occhi guardano la stella

a sinistra. Lasciamo il tempo scorrere in sospiri.

Riconoscersi


Riconoscermi. La mia vibrazione allo specchio, la mia immagine che come un’onda di un fotogramma televisivo disturbato si riflette sulla superficie. E’ una contaminazione. Stiamo vibrando come sottili foglie su alberi di luci, siamo l’elettro-staticità che condensa il mondo in questo istante e nello stesso istante che lo contaminiamo.

Siamo il flusso che si mescola assieme al veleno e al miele che defluisce nei canali fino a traboccare nei mari dove la scossa portante del cielo ci folgora illuminandoci di un vapore fumoso che non è né carne né arrosto.

Così ci riconosciamo umani e non pesci, esseri che hanno sempre desiderato volare ma che stanno comprendendo che si può solo rimanere con i piedi per terra, ben saldati dalla corrente di cui siamo pervasi e che le chimere visioni di superiorità sulla natura non erano altro che voli di una inutile fantasia. Rimaniamo qui fermi ed immobili, nulla possiamo contro la morte, nulla possiamo contro la forza devastante e mutante della natura. Essa ci plasma e ci rivolta a sua immagine come e quando crede.

Non siamo i padroni dell’Universo. Forse, ne siamo le piccole vittime, come cuccioli di coccodrillo lasciati affogare in una fogna dopo essere stati creati e abbandonati dal proprio lontano Dio.

Dei furbi e dei fessi


Capitolo I – Dei furbi e dei fessi

– I cittadini italiani si dividono in due categorie: i furbi e i fessi.

– I furbi non usano mai parole chiare. I fessi qualche volta.

– Non bisogna confondere il furbo con l’intelligente. L’intelligente è spesso un fesso anche lui.

– Il furbo è sempre in un posto che si è meritato non per le sue capacità, ma per la sua abilità a fingere di averle.

– Colui che sa è un fesso. Colui che riesce senza sapere è un furbo.

– I fessi hanno dei principi. I furbi soltanto dei fini.

– Dovere: è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.

– L’Italia va avanti perché ci sono i fessi. I fessi lavorano, pagano, crepano. Chi fa la figura di mandare avanti l’Italia sono i furbi che non fanno nulla, spendono e se la godono.

– L’Italiano ha un tale culto per la furbizia, che arriva persino all’ammirazione di chi se ne serve a suo danno. Il furbo è in alto in Italia non soltanto per la propria furbizia, ma per la reverenza che l’italiano in generale ha della furbizia stessa, alla quale principalmente fa appello per la riscossa e per la vendetta. Nella famiglia, nella scuola, nelle carriere, l’esempio e la dottrina corrente – che non si trova nei libri – insegnano i sistemi della furbizia. La vittima si lamenta della furbizia che l’ha colpita, ma in cuor suo si ripromette di imparare la lezione per un’altra occasione. La diffidenza degli umili che si riscontra in quasi tutta l’Italia, è appunto l’effetto di un secolare dominio dei furbi, contro i quali la corbelleria dei più si è andata corazzando di una corteccia di silenzio e di ottuso sospetto, non sufficiente, però, a porli al riparo delle sempre nuove scaltrezze di quelli.

Giuseppe Prezzolini (1882 – 1982)

Il dubbio è double, da single passa all’album (non fermarti al secondo)


Due di dubbio. E’ senza dubbio che la radice del dubbio nasca da due. Da due persone qualunque che dalle certezze della propria solitudine vogliono costruire le incertezze della vita del doppio. Si è sempre dimostrato come il doppio crei ambiguità anche nel caso in cui fosse qualcuno con una personalità multipla (spesso è quella personalità che compra la Multipla della Fiat pur vivendo da sola) una doppia faccia, un doppio petto, un voltagabbana, un vestito double face. Avete mai cercato di rivoltare i gabbiani? Sarebbe il lavoro perfetto per un voltagabbiana. Ma passiamo al dunque attraverso il per quando. Tutto ciò creerebbe una faccia con la stessa medaglia. Se il dubbio è figlio del due di chi sarà il figlio di quei due? Saranno i figli dell’incertezza. Mi accorgo che sto arrampicandomi sui muri come farebbe il dubbio arrampicandosi su uno specchio. Di sicuro quel dubbio sbaverebbe come una lumaca lasciandoci sopra una scia. Di dubbio ovviamente.
Il succo del discorso (che consiglio venga bevuto a stomaco vuoto) è che il dubbio s’instilla come una lacrima quando da uno vogliamo divenire due, quando da single decidiamo di voler diventare double (mai fermarsi al double, bisogna continuare almeno fino all’album di famiglia intero), quando da soli vogliamo fare le coppie e da tutti questi movimenti doppi (quasi zoppi) la maggior parte di tutti i soli (a volte lune)  non perdono tempo a fare carte false e quindi oltre alle coppie creare anche assi nella manica, bastoni tra le ruote, Bastioni di Orione tra le ruote stellate dell’Orsa Maggiore oltre Blade Runner (questi sono i fuggiaschi).
Il dubbio nasce da due. Da uno nasce una vaga certezza. E’ da zero che possiamo ricominciare senza ombra di dubbio.
Ma sono sicuro di tutto quello che ho scritto?
Il dubbio è direttamente proporzionale al grado di solitudine e moltitudine che percepisci. Ma tutto questo è ancora tutto da verificare.
Domani è un altro giorno, e oltre al sole, di certo, mi sorgerà un altro dubbio. Vi farò sapere.

IV.


Cosa v’è dunque di vero nell’amore se non quello di averlo vissuto? Sarà pur vero che siamo fatti solo di carne e lo spirito è solo una proiezione della nostra stessa mente, ma non sarà proprio perché è una nostra proiezione interiore che rende lo spirito o l’anima qualcosa di reale? Così come forse è reale lo stesso Dio che l’uomo ha pensato avesse creato il mondo mentre è vero il contrario e cioè che l’uomo ha creato Dio e non viceversa e forse paradossalmente per questa ragione Dio esiste davvero. Altrimenti come spiegare taluni sensi di colpa che infieriscono su di noi in determinati momenti della vita, che ci affliggono così dolorosamente,  atti di cui ci pentiamo e per cui vogliamo essere perdonati. Ebbene, esiste ciò che l’uomo vuole che esista. La coscienza collettiva ha creato l’amore e Dio, ne ha voluto a tutti i costi la loro presenza ma non ha tenuto conto del fatto che la stessa coscienza collettiva adesso ne vuole la morte. Il problema è quello di creare qualcosa di nuovo in cui credere fermamente, un oppio immaginario dei popoli. La favola della Vergine che partorì tramite concepimento divino ormai non regge più al pari di una Biancaneve con i suoi sette nani. Neanche provare a smontarci l’immaginario tramite alieni ed UFO sembra aver sortito un buon lavaggio del cervello. E’ l’era in cui l’uomo sta smettendo di credere in qualunque cosa gli occhi non possano vedere e le mani non possano toccare. non si crede forse più neanche in se stessi, nella scienza e nella sua rincorsa inutile a demolire e superare il concetto e la fisicità della morte. Tutto ciò che non era visibile ma a cui si credeva ciecamente sta scomparendo come è giusto che sia. Ma l’uomo così si sente perduto, terribilmente perduto nella sua solitudine. Forse è davvero la fine di un’altra era o forse è solo un periodo di smarrimento. L’umanità intera deve pur ricominciare a credere e a sognare, anche nell’impossibile, se vuole continuare ad amare.
E’ necessario ed inevitabile uno Streben romantico nell’uomo, che sia pur minimo, per sopravvivere alla sua debolezza fisica, un doping dell’anima è inevitabile.

II.


Non sono più in grado di parlarti di me. La confusione e la debolezza che mi prende nel mio letto al mattino mentre provo a riflettermi in un libro dove i caratteri sembrano sciogliersi come inchiostro che cola ai miei occhi stanchi, inchiostro nero che cola come il trucco degli occhi di una donna mentre piange, sì, forse mentre leggo sono io che piango e lettere, parole e omissioni diventano fanghiglia e il personaggio piano piano scompare. Scompare man mano che mi alzo dal letto e mi appresto a mettermi sotto la doccia rigorosamente bollente. L’acqua che scolpisce ogni giorno il mio corpo, che lo leviga e lo modella, ogni giorno. Ho pensato che forse tra cent’anni se non morissi, scolpito dall’acqua sarei potuto divenire un capolavoro della natura, un adone, qualcosa da venerare. Ma chissà, l’arte della natura è strana, potrei ritrovarmi nelle sembianze di un mostro e se purtuttavia affascinante, un mostro. Eppure ogni volta che mi trovo sotto quel getto penso che l’acqua mi stia scolpendo, a immagine di me stesso. A volte penso che vorrei essere scolpito nella roccia e mi ricollego allora a coloro che lanciano le pietre, ai buoni o ai cattivi non ha importanza. No, non andrebbe bene, potrei restare pietrificato. Suppongo che queste parole derivino dal nome Pietro e viceversa. Potrei essere la spada nella roccia, non mi piacerebbe. Ho bisogno di movimento, di caos, di una sostanziale scossa dell’anima e di vibrazione del corpo per sentirmi vivo. Non c’è nulla più del sesso che può farci sentire vivi. Perché noi siamo carne e abbiamo dunque il bisogno di banchettare tra noi. Oppure andare oltre, di traghettarci attraverso un fiume che ci conduca verso l’alto, risalire una cascata verso e oltre l’arcobaleno che vi s’intravede sopra, quando non riusciamo a comunicare con l’altro da noi, abbiamo questa nostra opportunità di fuggire, di slanciarci con ogni mezzo oltre. Altri da noi e oltre da noi. Mi piacerebbe andare altrimenti oltre. A posteriori ma ancora di più  n un futuro di cui non ci sarà mai l’esistenza, vivere nel sogno, nell’effetto dell’oppio che possiamo cogliere all’interno della nostra stessa immaginazione, un’immaginazione fertile, un’immaginazione che semina fiori di papavero rossi e noi ne raccogliamo i piccoli frutti. E’ così che a volte sfumiamo alla vita. Come una nebbia che piano piano di dirada senza lasciare più nessuna traccia. E’ così che a volte fumiamo la vita, forse ne fumiamo troppa. Eppure è sempre così che vanno le cose, scorriamo sempre sullo stesso fiume e non possiamo cambiare corsia. Il peggio è quando piove.

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Un istante per sempre


Il tenue respiro di un cielo replicato milioni di volte in migliaia di ere, sempre sotto lo stesso cielo, si sente quell’attenuarsi del suo respiro, ma è un cielo che non muore, così come ripetuti e infiniti eterni bagliori si propagano dallo stesso medesimo orizzonte da altrettante lunghissime epoche ed ere. Sotto un solito sole, di un solito cielo, di uno stesso universo, sempre uguale a se stesso, si ripetono i soliti gesti, le solite opere, l’eterno crogiolarsi di qualcosa che già è sempre avvenuto in passato e che avverrà in futuro. Ogni tuo gesto è anche un mio, ogni tuo pensiero lo hanno già pensato milioni di altre persone. Probabilmente non è vero. Ma quando un giorno tutto sarà riempito fino a colmare il già colmo vaso di Pandora cosa accadrà al grande trabocco dell’Universo? Non ci sarà mai una fine. Forse non c’è mai stato un inizio. Siamo l’eterna ripetizione di uno stesso istante che a noi è inconoscibile ed allo stesso tempo è davanti a noi, in ogni medesimo frammento di quell’istante.
Sarebbe proprio il caso in certi momenti, di incontrare il mondo e smettere di pensare. Ma è proprio il mondo stesso che alla fine ci porta i suoi sé per cui pensare.