Categoria: libri

Sospiro


Mi uccide il pensiero di non poter esser pensiero

e così volare e convolare nella tua mente come fossi vento

ogni volta che ti vedo mi reinvento qualunque idea

ma ogni tuo sguardo non rende mai giustizia

al mio cuore bandito per sempre nei campi di proiettili

dove sfrecciano gli indiani e le loro punte

rotolano rovi appuntiti a forma di cuore trafitti di spade

che dura lotta che eterna guerra questo nostro sospirare

insieme attaccati come lottatori, travolti, sconvolti,

lungo ogni duna di questo deserto ed ogni oasi nei tuoi occhi

la tua bocca è l’unica fontana dove prendere ossigeno

non farmi soffocare, non strozzarmi, mordimi

e lasciami un segno indelebile, un tatuaggio vigile,

che sia una freccia ad indicarmi la via che mi porta

ad aprire la finestra dove ti ammiro ogni sera.

La luna cala nel deserto e i miei occhi guardano la stella

a sinistra. Lasciamo il tempo scorrere in sospiri.

The End


Sento l’anima lacerarsi. Sento che non è stata colpa mia, io non ho fatto assolutamente nulla ma tu mi hai dato tutte le pene possibili per qualcosa che non ho mai commesso. Mi ha dato la pena peggiore di tutte: quella di non poterti mai più vedere né sentire. Nessuno mai ha subito tanto. Nessuno mai potrebbe soffrire una pena peggiore. Chissà perché accade che proprio quando tu più ti avvicini poi immediatamente dopo c’è una catastrofe non verificata, vana, inventata. Allora mi torna in mente che forse è il tuo modo di difenderti da me perché non mi appartieni e hai le catene legate ad altri luoghi ed altre persone. Ma la tua bellezza ti rende narcisista ed egocentrica. Ogni uomo vorrebbe averti e tu, così come sei, rifiuti ogni uomo che vorrebbe averti ma accetti le loro attenzioni come regali fatti da un mondo plebeo alla sua regina. Ti chiamai regina per lungo tempo e non fu un caso, perché mi accorsi dei tuoi modi nobili, perché mi accorsi che vivevi in un castello fatto di regole ferree e di un trono dove eri inarrivabile mentre io sono rimasto a lavorare nelle stalle, anche se spesso con la testa sulle nuvole, a fianco alla tua. Adesso cosa ne sarà di me? Sono solo con me stesso, tu non ci sei più, sei voluta andare via e lasciarmi lungo la strada a sanguinare, strisciando con le mie sole forze. Devo rialzarmi e riprendermi il cuore che per troppo tempo mi hai tenuto tra le mani strappandomelo dal petto. Mi hai tolto l’anima perché volevo donartela e ti sei presa tutto il resto e poi hai tolto quel poco che restava di me stesso. Adesso o mi rialzo di nuovo, per l’ennesima volta, oppure muoio.

Per un po’ forse continuerò ad urlare il tuo nome a me stesso, nel cuore. Ma alla fine la ferita si cicatrizzerà.

Ciò che si fa per amore lo si fa sempre al di là del bene e del male.
— Nietzsche,  Al di là del bene e del male

I feel the torn soul. I feel that it was not my fault, I did not do anything, but you have given me all the possible penalties for something I did not commit. It gave me the worst punishment of all: that I can not ever see or hear. No one has ever suffered so much. No one ever could suffer a worse punishment. Who knows why it happens that just when you get closer you then immediately after there is a catastrophe did not occur, vain, invented. Then I remember that maybe it’s the way you defend yourself to me because you do not belong to me and you have the chains linked to other places and other people. But your beauty makes you narcissistic and self-centered. Every man would like to have you, and you, as you are, waste every man who would like to have you but accept their attentions as gifts made by a plebeian world to his queen. I called you Queen for a long time and it was no coincidence, because I became aware of your noble ways, because I saw that you lived in a castle made of strict rules and a throne where you were unreachable while I was left to work in the stables, although often with his head in the clouds, next to yours. Now what will become of me? I am alone with myself, you are not there anymore, you wanted to go away and leave me along the way to bleed, crawling with my own strength. I have to get up and get my heart that for too long have held in my hands strappandomelo chest. I took the soul because I wanted donartela and you took everything else and then you have taken away what little was left of myself. Now or I get up again, for the umpteenth time, or die.

Stranieri


Mi stavo convincendo sempre di più che lei non mi amasse in nessuno modo, che le fossi diventato addirittura indifferente. La verità è che invece ero io a non sentire più nulla per lei e spostavo questa mio dolore verso lei come se fosse il mio specchio. E’ così che finiscono gli amori: quando inizi a specchiare tutto il tuo dolore verso l’altro pensando che sia l’altro che stia riversando il dolore verso di te.
Non bisogna mai essere lo specchio di nessuno anche perché molti lo dicono, nello specchio compaiono tutti i diavoli che teniamo nascosti all’interno del nostro animo. Fu così che iniziò un periodo di distacco e freddezza. Di delicata indifferenza. Di sottile ma profonda sofferenza. Da amante divenni amico, da amico sono divenuto un perfetto sconosciuto. Adesso siamo due estranei che si scrivono senza sapere più il perché.

K di Killer


Notai che lui, con dolcezza ma risoluto, mi schiacciava contro il letto, e sentii la sua voce suadente nell’orecchio, un sussurro ipnotico che mi ripeteva di stare tranquilla, perché non mi avrebbe fatto male. A quel punto avvertii qualcosa di duro che vibrava e mi scivolava lungo la schiena. Una specie di solletico mi saliva per le vertebre. Non sapevo cosa cazzo fosse ma era evidente che non si trattava di una sega elettrica: e così decisi di rilassarmi e di godermela e, dal momento che ero ubriachissima, mi abbandonai con tranquillità e dimenticai tutto quello che non era il mio corpo. Fu una cosa dolce, calda, appiccicosa. Assaporavo in bocca delizie fondenti. Cioccolatini di desiderio fuso a cento gradi. L’aggeggio duro scendeva lungo la mia schiena e indugiava pigramente sulle mie natiche. E all’improvviso qualcosa di duro, durissimo, tanto duro da farmi male, mi s’infilò tra le gambe, ed entrava e usciva come un pistone idraulico. Solo quando l’ebbi tutto dentro realizzai che quell’arnese era un vibratore. Mi piaceva, sì. E mi faceva anche un po’ paura. Che razza di perverso era mai quello che tirava fuori all’improvviso una verga di plastica senza prima chiedermi il permesso o parlarmene? Era l’uomo che avevo sempre sognato. Quello che avrebbe fatto faville con me. Quello che non sembrava chiedere niente in cambio. Poteva anche essere l’ultimo. In ogni modo, se ero arrivata fin lì, non potevo più tirarmi indietro. E così mi concentrai sull’arnese che mi vibrava tra le gambe e cercai di convincermi che quell’attrezzo meccanico mi avrebbe fatta venire nel giro di tre minuti. Lo sentivo entrare e uscire, all’inizio  faticosamente, quindi sempre più dolcemente mentre io mi lubrificavo, e alla fine con la forza di una tempesta, sempre più potente, e profondo. A un certo punto lui tirò fuori il vibratore e lo sostituì con il suo membro, e io avvertii perfettamente la differenza tra i due stantuffi, perché il secondo era più dolce e flessibile, e non mi faceva male, e supplicai, non so bene chi, per favore, che non fosse di quelli che vengono in cinque minuti, che ci mettesse un bel po’, anche ore. Mi penetrava dolcemente e profondamente e quando arrivava in fondo lo lasciava dentro un po’ e io potevo sentire la punta del glande che mi premeva sulle pareti della fica. A un certo punto avvertii un liquido freddo e appiccicoso che mi scendeva lungo la schiena e poi sentii che lui lo leccava. Pensai che sorbisse il proprio sperma. Da quel tipo mi sarei aspettata di tutto. Ci misi un po’ a capire che si trattava dello champagne. Arrivati a quel punto avrei accettato qualsiasi cosa. Mi facevano male le braccia e le gambe, facevo fatica a respirare perché avevo la faccia schiacciata contro il cuscino, ma non m’importava. Potevo anche morire asfissiata, svenire una volta per tutte in quel letto e non mi sarebbe importato. Lui continuava a muoversi avanti e indietro. Mi teneva per i capelli. Inarcai la schiena. Lo sentii con una voce simile ad un remoto canto di sirena e diceva che voleva vedermi venire, veder come mi tremavano le gambe, come contraevo i muscoli dello stomaco, e la cosa mi eccitò tanto che sentii una corrente calda salire dal monte di Venere fino alla gola come un razzo, le viscere sciogliersi come cioccolato caldo, e cominciai a gemere, in un modo così acuto che stentai a riconoscere quella voce come la mia. Fu un gemito lungo e profondo che mi veniva da dentro, da qualche punto recondito e fino ad allora inesplorato, e tagliò l’aria come un coltello. Mi dilatavo in proporzioni oceaniche. Fu come se si aprisse una diga. Onde e onde di acqua salata mi scaturirono da dentro. Sentivo che originavo fiumi, laghi, mari… e lui avanzava faticosamente verso il mio fondo come un nuotatore che va controcorrente. E dopo che fui venuta lui continuò a serpeggiarmi dentro, sincronizzando balletti acquatici e alla fine l’ho sentito gemere e ho capito che era venuto anche lui. Allora chiusi gli occhi, sazia, e mi addormentai quasi di colpo.
Mi svegliai la mattina dopo. Pensai che era piuttosto bello, ma neanche poi stratosferico. Avevo dormito con esemplari anche migliori. E tuttavia un pensiero mi passò per la testa come un lampo: questo sarà il padre dei miei figli.