Il becchino, parte seconda


Il becchino è proprio un cascamorto. Gira in città con la faccia da pesce lesso, sempre un po’ stanco, sempre un po’ mezzo morto. Il fine settimana è la sua gloria, si risveglia al mattino con la luce negli occhi, quella che si vede in fondo al tunnel prima di morire. Quando è su di giri non vede stelle o uccellini che gli svolazzano intorno ma vede croci e lapidi che gli girano in tondo davanti agli occhi, croci che poi si trasformano in banconote verdi che brillano. Il becchino sa benissimo come ammazzare il tempo e cerca di farlo in continuazione in modo che poi possa fargli anche il funerale. La notte per lui è magica. E’ in quel momento che si trasforma. Un vero e proprio cascamorto, ogni donna diventa una preda e nessuna di esse ha paura della sua mano morta, nessuna, perché sanno che se la mano è morta è vivo il portafogli e il conto in banca. Non ci sono tempi morti sulla sua auto costata fior fiori di crisantemi gialli, il tempo si ferma, i semafori non si accendono più col rosso. Eccolo, si sfrega le mani e non lo fa per accendere un fuoco fatuo, o magari a volte ne vien fuori uno. Si sfrega le mani e si sfrega anche la mano morta su una banconota da cento. Sì, non c’è nessun dubbio, il becchino è un vero cascamorto.

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Il becchino


Il becchino se ne frega le mani. Quando al mattino spunta il sole sulla sua faccia e di nero si ricopre la piazza il becchino si frega le mani. Il sorriso gli si apre sulla bocca così come gli si apre il portafogli. Il suo sguardo è luminoso. Ruba l’anima e prende via i soldi. Sa che quella sera e quella notte sarà tutta per sé. Padrone del mondo, dentro la sua macchina cabriolet all’ultimo grido. All’ultimo urlo. All’ultimo pianto di morte. Lui si frega le mani e dopo il funerale parte con la cabriolet, ogni strada è sua, ogni angolo, ogni tana,ogni trama della vita altrui. Mentre in paese la madre accende il cero con una brutta cera in volto davanti alla lapide al becchino le guance diventano paonazze di piacere. Per tutta la notte le donne saranno sue, ai suoi piedi, ad ogni suo volere. Prostitute ed escort.  Ogni volta che le campane del paese suonano a morto il becchino si frega le mani.

Il mormorio interno di Travis


Buongiorno Travis. Pensi ancora a lei? Davvero non fai altro. Vedi ti affacci alla finestra oggi.Vaffanculo, ci sono altre finestre fuori e dietro ogni altra finestra una donna che scopa con un uomo o che meglio si fa scopare. Che puttane, sono tutte puttane. Luridi, stronzi figli di puttana anche loro, i maschi che le scopano. Soprattutto loro sono dei pezzi di merda che le trattano come schiave e loro, le donne che io amo o forse penso di amare che si fanno usare come pezze per pulire il pavimento. Scopate. Bastardi, li ammazzerei tutti. Vero Travis che ammazzeresti tutti se solo possedessi anche una pistola automatica, oppure un fucile di precisione? Mi guardo allo specchio, dico beh, non sono male, ma non mi riconosco. Penso e catturo quella parola, come ispirazione, la racchiudo in una nuvola e la porto via e mi chiedo se il tipo allo specchio ce l’abbia con me, se davvero si voglia avvicinare e farmi male. No, no, il governo, i santi, i preti, dovrebbero finire tutti nella fossa è questo che pensi Travis? Ognuno pensa ai suoi loschi affari egoisti e nessuno mai davvero fa qualcosa per qualcun altro, forse tu, cioè io, noi due caro Travis, forse noi lo facciamo davvero per l’altra persona? Chissà se quella donna mi pensa ancora. Io so che ti ha amato e forse anche solo per un attimo e quell’attimo ti è bastato. La mano si muove vicino ai pantaloni. Scivola come a prendere una pistola che non c’è. Push, push push. Davanti allo specchio. Li ammazzeresti tutti, o forse, ammazzeresti te, siamo tutti sulla stessa barca vero Travis?
Si addormenta nel suo letto, con un libro spiegazzato tra le mani, la parola “AMORE” scritta vicino ad una macchia di rossetto su una pagina del libro.
Era quella la parola?

Il primo giorno dell’anno


Un anno senza braci e senza abbracci, un anno senza fuochi e senza ustionati, la mia pelle è ancora intatta e tesa,

come se dalle mani rivolte verso l’altro esprimessi calore tenue che si alza in alto

fuochi fatui si disperdono lungo il cielo tra l’altro e l’alto

non mi perdo vago oltre senza rompere alcuna breccia nel cuore altrui

innalzo la muraglia di un nuovo anno dove mi arrampico per saltare

perché è comunque altrove che devo stare

un giorno ti raggiungerò ovunque ti saprò riscoprire

per farti una sorpresa saremo ciò che siamo stati da bambini

di nuovo nudi a leccarci la pelle come animali feriti

da una freccia che ha fatto breccia altrove dal cuore

qualcosa che ci ha feriti quasi a morte

oltrepassa questa carne va al di là, in qualche punto dell’ignoto

vaga come un treno, vaga come un vagone di merci contraffatte

sono tutti i baci rubati dell’anno, illegali e sperduti

che finiranno gran parte nell’immondizia

Saprò io cogliere il tuo incontrandolo con le mie mani che aspettano la pioggia?

Riconoscersi


Riconoscermi. La mia vibrazione allo specchio, la mia immagine che come un’onda di un fotogramma televisivo disturbato si riflette sulla superficie. E’ una contaminazione. Stiamo vibrando come sottili foglie su alberi di luci, siamo l’elettro-staticità che condensa il mondo in questo istante e nello stesso istante che lo contaminiamo.

Siamo il flusso che si mescola assieme al veleno e al miele che defluisce nei canali fino a traboccare nei mari dove la scossa portante del cielo ci folgora illuminandoci di un vapore fumoso che non è né carne né arrosto.

Così ci riconosciamo umani e non pesci, esseri che hanno sempre desiderato volare ma che stanno comprendendo che si può solo rimanere con i piedi per terra, ben saldati dalla corrente di cui siamo pervasi e che le chimere visioni di superiorità sulla natura non erano altro che voli di una inutile fantasia. Rimaniamo qui fermi ed immobili, nulla possiamo contro la morte, nulla possiamo contro la forza devastante e mutante della natura. Essa ci plasma e ci rivolta a sua immagine come e quando crede.

Non siamo i padroni dell’Universo. Forse, ne siamo le piccole vittime, come cuccioli di coccodrillo lasciati affogare in una fogna dopo essere stati creati e abbandonati dal proprio lontano Dio.

A rigor di logica (voli pindarici)


E’ già rettiera. In questo modo ha esclamato la prostituta il mattino seguente, dopo che il suo cliente le aveva chiesto: “Voglia di lavorare?” a cui lei rispose: “Saltami addosso!”.
Sono così che alcune notti vanno via per far restare dei giorni che non vanno mai in viaggio, non prendono mai ferie e che alla loro luce sulla sabbia vicino al mare e andando oltre verso gli abissi osserviamo taluni nell’impresa di trafugare montagne di dubbi accatastati uno sull’altro nelle profondità marine mentre vengono vagliati da sommozzatori di idee e cacciatori di brodo primordiale, laddove nacque (e soprattutto annacquò) la prima idea della storia, dove la gallina vecchia, anzi vecchissima venne per la prima volta cotta a puntino. Veniamo dunque da un mare salato come una minestra per poi risalire le colline e andare in montagna ed è questa la vera evoluzione dell’uomo, ci siamo evoluti spostandoci dagli ombrelloni verso gli impianti sciistici e ogni tanto ricompiamo lo stesso tragitto per sentirci di nuovo primitivi. Mai nessuno che voglia salire più in alto e volare, o saltare attraverso gli strali del cielo per giungere ad alternative conclusioni di carattere meteorologico. Al sol pensiero, mi viene in mente che alcune persone sole potrebbero vivere alla luce delle proprie idee, al sol pensiero.
Adesso tira vento e alcuni si tirano indietro, si fanno da parte, si mettono altrove, s’impiccano sui velieri, s’impicciano degli affari degli altri, c’è chi si siede agiato e chi si agita prima di agiarsi di nuovo in panchina, ci sono milioni di persone che vengono stimate in questo paese e altre che non si stimano affatto e soprattutto ci sono migliaia di persone che si sentono sismologicamente dissestate e procedendo verso altri territori troviamo persone dissetate, e qui di nuovo persone sovra-tassate, altrove persone assiderate e altrove altrove persone assetate di acqua, a volte di sangue, in altre volte e in altri archi quel che porta il convento (e non ditemi bambini).
Siamo appesi ad una fune e come funamboli cerchiamo di districarci dai fili tediosi del tempo che ci lega ma non ci porta a nord, insomma è una gran bella ragnatela quella che ci avvolge e semmai provassimo a svolgerla come il nastro delle vecchie cassette magari sentiremmo una melodiosa sinfonia di seta pervaderci la pelle come solo altra pelle sa fare senza strafare. Direi che sia quasi giunta l’ora, di ritorno da una lunghissima vacanza, in cui sia meglio darsi per vivi e non per vinti e ricominciare le proprie lotte intestine, le quali, come sempre, meglio non svolgere in bagno.

Clan Destino e Pan Demonio


Ho sempre considerato di creare un gruppo di irregolari per cambiare il nostro fato, un clan destino pronto a manomettere il futuro, il mostro fato contrapposto alla bella fata. Mi hanno suggerito che il futuro non è maschio ma bensì avrà una natura femminile, non il fato dunque ma bensì sarà la fata che ci incanterà e sarà la sacerdotessa di questo clan destino.
Non c’è fato che tenga, muoiono tutti nel presente, il futuro è donna ed io ci voglio andare a nozze, non abbiate paura dei fantasmi del passato, abbracciate le ninfe dei laghi e dei boschi che vi aspettano nel domani. Noi fuochi fatui, svaporati nell’etere, partiremo insieme lungo questo cammino davanti a noi, in questo clan destino, percorreremo terre lontane e sconosciute per raggiungere la fata dei fati e nulla sarà lasciato al suo destino, nulla al caso, nulla al casino. Pur adorando il caos ho bisogno della massima precisione possibile, colpiremo quando il futuro starà per calare all’orizzonte con una frecciatina e qualche battuta di spirito sul solito passato, passato e poi andato. Non ci potrà essere nulla che ci potrà essere fatale una volta valicato il confine del nostro tempo, al di là di questo presente, oltre le muraglie di un ora sconfiggeremo il fato e c’impadroniremo della fata che sarà nostra luce e guida, prostituta e meretrice, lucciola e marciapiede.
Mangeremo il pan demonio, festeggeremo con la torta paradiso, schioccheremo le ore arrugginite nella nostra bocca d’oro e berremo ogni istante inebriante per ubriacarci delle sabbie del tempo, raccoglieremo le lacrime dei salici piangenti in grossi calici di vetro ridenti, e rideremo di ciò che ci turbava dei nostri ricordi.
Porremo bombe ad orologeria sul cammino del nostro passato e faremo saltare in aria i ponti che ci tengono ancorati all’attimo, saremo senza radici e ingoieremo le foglie dell’oblio così per divenire completamente dimentichi di quando fummo nati, di quel giorno che alla nascita ci sentimmo fulminati dall’alito tempestoso della vita e così non saremo più  desti nati ad un futuro imperfetto e sregolatore. Non conoscendo la nostra nascita non potremo conoscere neanche la nostra morte e non essendo più destinati, nessuno sarà costretto a dover scegliere lungo il tragitto il luogo e il punto d’intersezione con i nostri antenati, coloro che furon nati e poi destinati. Non avremo più la coscienza di noi stessi sul mondo e riusciremo a librare a tre centimetri da terra.
Sorvoleremo i dettagli e i monti innevati del dubbio, ci renderemo immortali attraverso questo nostro clan destino, immortali, irregolari, vivremo in un tempo senza più nessun minuto da perdere e tutti da guadagnare.
[…]