Trovarsi, perdersi


Tra milioni di persone che vivono su questo pianeta, tra migliaia che incontriamo ogni giorno, tra decine che incontriamo con gli occhi.

Tra miliardi di persone, tra miriadi di sguardi sfiorati, di parole appena udite nel rumore di questo mondo assordante.
Tra secondi e attimi vissuti a fianco di finti sconosciuti.
Tra strade, automezzi, posti e città.

Alla fine mi chiedo ancora perché, due persone anche distanti nel mondo, tra tutto questo immenso caos di altre persone e persone e persone.
Due si incontrano, si amano.
Come uniche che esistano nell’intero universo.

Ma soprattutto dopo tutto sto gran casino mi chiedo perché poi si lascino.

Sul filo


Il telefono squillava. A volte mentre si era appesi alla propria corrente ciondolante dei pensieri sembrava quasi urlare. Prendimi, prendimi e rispondi. La suoneria non era un caso, era un pezzo musicale che invitava a sollevare tutto il peso del mondo sulle proprie spalle, a volte una chiamata amica poteva davvero alleggerire il peso insostenibile di giornate lunghe come i capricci del tempo. Che bambino il tempo in quei giorni, piagnucolava cospargendo di lacrime le colline, altre volte sorrideva come il sole la mattina, s’intristiva con la nebbia e si lamentava con i tuoni.


– Pronto Jeremy? Pronto?

– Sì, sono pronto tesoro, lo sai che sono sempre pronto, qualcuno mi disse che fui nato pronto per sopportarti al telefono…

– Quanto sei scemo, volevo sentire solo la tua voce, lo sai che mi scalda, e mi riempie l’animo da questo vuoto occidentale…

– Mh. Magari un vuoto accidentale. Che vuoi farci, il mondo è qui, è proprio sulle nostre spalle. Alleggeriamo questa maledetta zavorra. Insieme.

Insieme.
Una parola che vale per due, come il buco di una serratura che non può fare a meno di essere riempito dalla propria chiave. E ci si chiedeva se io fossi stato il lucchetto giusto e lei la persona che mi avrebbe sempre aperto per dare uno sguardo nuovo al cielo. Perché del mondo, in fondo, ne avevamo avuto più che abbastanza. Adesso volevamo volare. Volevamo varcare con quel tono sarcasticamente idiota la meta più difficile da superare. Volevamo varcare l’infinito stupore che si stava aprendo ai nostri occhi, occhi che adesso erano lontani, ma quando gli sguardi si sarebbero di nuovo incrociati non ci sarebbe stata altra strada da scegliere. Avremmo tirato dritto dentro ai nostri occhi per volere di Dio, e certo, per volere mio, nostro e dell’intera razza umana. Siamo uomo e donna.
Insieme.


Lungo la spiaggia cammina una ragazza con un abito scuro troppo vecchio e troppo stretto. Ha corso lungo la striscia di sabbia bagnata ma adesso che il sole sta sorgendo e si sta liberando dall’abbraccio del mare si ferma.
La sua attenzione è tutta per l’acqua che stuzzica la terra con colpi leggeri per subito ritirarsi, e lei si avvicina un poco per ballare con la spuma. Le sue gambe abbronzate la portano fino all’orlo dell’oceano e poi di nuovo indietro in un balletto silenzioso ma perfettamente coreografato.
Di colpo sobbalza al rumore di uno sparo. Di colpo sobbalza al rumore… Di colpo sobbalza sentendo i gabbiani stridere. Distratta interrompe la danza e le onde le circondano le caviglie col fresco impatto della spuma triofante.

Sopra di lei i gabbiani si tuffano, si rialzano e si allontanano con una gran curva, riflettendo le prime luci del sole con le piume delle ali. La ragazza piroetta per guardarli, e spruzzi salati balzano a bagnarle i capelli e le guance. Lei fa una smorfia, si asciuga con calma gli occhi per evitare che il saleglieli irriti, fa una pausa per guardare tre figure che emergono fra le dune dirette verso la spiaggia. Sembra che la donna e l’uomo e il meraviglioso bambino che sta fra di lorosiano senza vestiti, ma sono così lontani e i suoi occhi sono leggermente offuscati dalla spuma marina che non può dirsene sicura. Ma può vedere bene che si tengono per mano.
La ragazza riprende il suo ballettocol mare; dietro di lei, con gli occhi strizzati per difendersi dalla forte luce del mattino, Andrea e ******** guardano l’alba con occhi aperti di fresco.


A volte credo che più l’amore sia folle più sia difficile amare, più grande è l’amore più diventano grandi le distanze, ma quando queste distanze scompaiono all’improvviso, di nuovo insieme, ci si scontra come due soli bollenti e si scoppia in un turbinio di passione infinita.
Quanto più l’amore è doloroso e faticato tanta più gioia ci rende, ma quanta sofferenza ci aspetta se quell’amore ad un tratto finisse?

Su quel tratto di strada ti avevo incontrato, ricordi? Camminavi piano e un po’ impacciata verso di me, io già da lontano ti percepivo bellissima ed enigmatica, ma era il percepire dei tuoi occhi nell’aria che rendevano ogni forma di mistero una rivelazione. E’ stato subito amore senza doversi solo dire una parola. un bacio in bocca come se fosse stato trattenuto dalle onde del tempo in un pugno di schiuma sulla marea che si schianta su una spiaggia.

Tu sei stata una spiaggia, il mare, il sole. E poi anche la luna e tutte le stelle.

Rivedrò ancora, rivedrò ancora quel tuo passo goffo e imbarazzato?

[…]

Le mille luci soffuse della città di notte facevano dimenticare la luna dietro la piccola nube rosso grigiastra. La puzza delle fogne, in quel caldo afoso e dal sapore di terra malata riempiva i viottoli calpestati dai tacchi pesanti delle gente affrettata a correre la propria vita.
Io seduto sulla panchina mentre mi facevo cogliere da un colpo di sonno, decisi di rialzarmi, prima che il sonno mi uccidesse ancora.
Mi diressi di nuovo verso l’aeroporto, amavo vedere gli aerei partire di notte, mi segnavo tutte le rotte sul mio diario, avrei voluto un giorno volare per sempre anch’io tra le nuvole, sognavo di cavalcare le stelle sopra le nubi per raggiungerti ad ogni ora.

Era stata macabra quella sera. Mentre io dormivo con la porta appena lasciata aperta era entrato qualcuno, qualcuno che conoscevo davvero bene, qualcuno che non avrei mai immaginato che avrebbe potuto tentare un gesto così efferato nei miei confronti.
Adesso portavo una benda sulla schiena, il sangue era stato ripulito dall’inserviente.

L’Uomo nero


Un Uomo diventa Uomo quando si stacca dalla famiglia e può crearne un’altra. Ma può anche evitare di crearne un’altra. Un Uomo è indipendente. Un Uomo non deve necessariamente avere il pisello di un attore porno. Un Uomo se ne infischia dei film porno. Un Uomo se ne infischia se una donna le dice di no. Un Uomo va sempre avanti (attenzione a non sbattere). Un Uomo fa finta di non avere paura più delle cose anche se ne ha paura infinita ma riesce ad affrontarle. Un Uomo può sentirsi Uomo se ha vicino e accanto a sé una donna. Un Uomo può fare a meno di avere vicino a sé una donna. Un Uomo è un Uomo quando diventa padre, ma può fare anche a meno di diventare padre se lo vuole. Un Uomo è Uomo quando sa decidere e decide. Un Uomo può essere anche Donna. Perché no? Ci sono i gay. Un Uomo riesce a competere con gli altri Uomini. Un Uomo vero riesce a vivere anche solo, ma preferisce la compagnia e stare con una donna.

Rollin’ Love


Non sei tutta curve,
eppure giro.

Mi giro a guardarti e a stupirmi di quanto sei bella.
Girano le tue mani su di me, che sono ristoro. Ed oro.
Giro e non mi annoio, perché ogni corsa è un nuovo regalo.
Che mi fai tutti i giorni.

Non sei un gioco per me.
Eppure mi diverto.

Mi diverto a tenerti per mano mentre mi fai da cicerone.
Mi diverto a tenerti stretta e dirti che m’innamoro.
Mi diverto a temerti, mentre mi bendi con una cravatta che ti hanno lasciato.
Che mi fai di notte?

Non sei una corsa ad ostacoli,
eppure ti salto.

Ti salto addosso,
ti salto addosso,
e, lo diresti mai, ti salto addosso.
Che ti farei sempre!

Non sei un premio in palio,
eppure corro.

Corro per essere il migliore di tutti quelli che hai conosciuto,
corro perché altri potrebbero raggiungermi e volerti e averti no, io corro,
corro perdendo fino a perdere il fiato, tanto che all’arrivo non potrò parlare.
E che cosa faremo adesso?

Sei un traguardo,
sei una vittoria,
sei una strada in discesa.

Eppure non mi fermo.
Che sai, con te una vita me la farei.

L’omicidio era sempre dovuto al maggior Duomo di Milano


Io dietro l’angolo della porta. Non faccio il portiere, no. Io dietro l’angolo della porta sto lì che osservo il letto e vorrei buttarmici.
Il citofono maledetto.

– Ciao! Fammi salire carissimo!

– E perché dovrei?

– Mi hanno detto che stai morendo, voglio vederti.

– Vuoi vedermi morire?

– La morte ti fa bello lo sanno tutti!

– Da quando è che fa chirurgia plastica?

Il mio solito amico idiota al citofono. Gli sbatto il ricevitore in faccia e mi metto a letto. Sono stanco, terribilmente stanco. Sono mesi ormai che la stanchezza mi stava uccidendo. Uccidendo. Sì, stavo morendo. Stavo proprio morendo di sonno. Mi stava accoltellando alle spalle questa mia voglia di chiudere gli occhi. Più aumentavano le ore di sonno più rischiavo di rimanerci secco. Come una pianta senza l’acqua.
Mi addormentai. Fuori un leggero cinguettare di uccelli lontani, era ancora giorno, l’ombra quieta della sera riempiva la stanza. Il rosso dell’orizzonte pennellava quel tanto da rendere il cielo un piccolo capolavoro.

– Zac! –

Avevo lasciato aperto la porta. Adesso del sangue gocciolava sul pavimento.

– Chi…..