Vivrete infelici per il resto della vostra eternità


Il solo amore davvero umano è un amore immaginario, che si insegue per tutta la vita, che generalmente trova origine nell’essere amato, ma che presto non ne avrà più né le proporzioni, né la forma palpabile, né la voce, per diventare una vera creazione, un’immagine senza realtà. Allora non bisogna assolutamente cercare di far coincidere quest’immagine con l’essere che l’ha suscitata e che è solo un pover’uomo, o una povera donna, molto in difficoltà col suo inconscio. Dobbiamo gratificarci con quell’amore, con ciò che crediamo sia e non è, con il desiderio e non con la conoscenza. Dobbiamo chiudere gli occhi e fuggire la realtà. Ricreare il mondo degli dèi, della poesia e dell’arte e non adoperare mai la chiave del ripostiglio in cui Barbablù teneva i cadaveri delle mogli. Perché nella prateria verdeggiante, nella strada polverosa, non vedremo mai arrivare nessuno.

Nel nostro mondo molto spesso non si incontrano uomini, ma agenti di produzione, professionisti che non vedono più in noi l’Uomo, ma il concorrente, e appena il nostro spazio gratificante interagisce con il loro  cercano di prendere il sopravvento, di sottometterci. Allora se non siamo disposti a trasformarci in hippies o in drogati dobbiamo fuggire, rifiutare, se possibile, la lotta, perché quegli avversari non ci affronteranno mai da soli ma si appoggeranno sempre ad un gruppo, ad un’istituzione. 
È finita l’epoca della cavalleria, quando si gareggiava a uno a uno in un campo da torneo. Oggi sono intere consorterie che attaccano l’uomo solo, e se per disgrazia quest’ultimo accetta il confronto sono sicure di vincere, perché sono l’espressione del conformismo, dei pregiudizi, delle leggi socioculturali del momento. Se ci avventuriamo da soli in una via non incontriamo mai un altro uomo solo ma sempre una compagnia di trasporti collettivi. Però che gioia quando capita di imbattersi in un uomo che accetta di togliersi l’uniforme e i gradi! L’umanità dovrebbe andare in giro nuda come fa l’ammiraglio quando va dal medico, perché dovremmo tutti essere medici l’uno dell’altro. Pochi però sanno di essere malati e pochi vogliono farsi curare.

Il lavoro umano, sempre più automatizzato, diventa come quello dell’asino al bindolo. Non ha più caratteristiche umane, cioè non risponde più al desiderio, alla costruzione immaginaria, all’anticipazione originale del risultato. Lo si induce ad usare il tempo libero per ottenere un aggiornamento di cognizioni tecniche, una facilitazione nell’ascesa gerarchica, una promozione sociale. Oppure gli viene promessa una civiltà di svaghi. Perché non venga in mente a nessuno di interessarsi ai meccanismi delle strutture sociali, e discuterne la validità, fino a rimettere in discussione l’esistenza di tali strutture, tutti coloro che ne traggono beneficio si sforzano di mettere a disposizione di tutti divertimenti insignificanti, anch’essi espressione dell’ideologia dominante, merce in conformità delle vigenti leggi e molto redditizia.

Non ci rompano le scatole con tutte le parole vuote che hanno fino ad oggi permesso di spingere le masse verso un ideale di delitti e di dominanza, sempre in nome della giusta causa: amore, responsabilità, libertà, fraternità, speranza. Non sarebbe più facile raggiungere la pace e la tolleranza, lodando odio, irresponsabilità, schiavismo, egoismo e disperazione? Mi fanno paura le parole pronunciate per mettersi la coscienza a posto, per esorcizzare il destino, per coprirsi gli occhi, per lasciare le cose come stanno. Finiamola con i belanti umanisti che tentato di farci credere  alla Befana e all’efficacia delle parole. Non gli costa nulla pronunciarle. Il senso della vita umana non è altro che l’accesso alla conoscenza del mondo vivente. Senza tale conoscenza, quella del mondo inanimato porta solo all’espressione individuale e sociale delle dominanze coperte da chiacchiere mistificatorie. Dietro a un discorso dichiaratamente altruista e generoso, si nascondono motivazioni pulsionali, desideri inappagati di dominanza, apprendimenti culturali, sottomissioni (ricompensate) ai loro divieti  o ribellioni inefficaci contro l’alienazione dell’ordine sociale dei nostri atti gratificanti, ricerche di soddisfazioni narcisistiche, ecc. Di modo che, quando interessi comuni permettono a un gruppo umano di abbattere il potere costituito, subito si scatena in seno al nuovo potere una lotta per la dominanza, appare e si insedia un nuovo sistema gerarchico e il ciclo ricomincia.

Eppure è probabile che la causa dell’intolleranza in ogni campo sia proprio credere l’altro libero di agire come agisce, cioè non conformemente ai nostri progetti. Lo crediamo libero, quindi responsabile delle sue azioni, dei suoi pensieri, dei suoi giudizi. Lo crediamo libero e responsabile di non aver scelto la via della verità, che è evidentemente quella da noi scelta.  Ma se immaginiamo che ognuno di noi fin dal concepimento è stato messo su binari da cui non può allontanarsi, se non “deragliando”, come possiamo provar rancore per il suo comportamento? Come non tollerare, anche se ci dà fastidio, che non transiti nelle nostre stesse stazioni?

Finora l’Uomo ha fatto la Storia senza sapere come. Trasformava il mondo e si stupiva che il risultato non fosse conforme ai suoi desideri. Immaginava società ideali e continuava a imbattersi in guerre, particolarismi, dominanze. Non aveva ancora capito che il funzionamento  del suo sistema nervoso faceva parte  della sintassi e continuava fare gli stessi errori perché ignorava una delle regole fondamentali della combinatoria linguistica: il peso dell’inconscio. Credo che con la traduzione  delle prime pagine del Gran Libro del mondo vivente sia iniziata per lui una nuova era. Speriamo che se ne serva per costruire non una società ideale, ma almeno una città nuova, e che non cerchi ancora una volta di rispolverare la pianta della Torre di Babele.

La vera famiglia dell’Uomo sono le sue idee e la materia e l’energia che le sostengono e le trasportano, sono i sistemi nervosi di tutti gli uomini che attraverso i secoli verranno “informati” da esse. Muoia pure la nostra carne, l’informazione rimane, trasportata dalla carne di coloro che l’hanno accolta e la trasmettono, arricchendola, di generazione in generazione.

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