II.


Non sono più in grado di parlarti di me. La confusione e la debolezza che mi prende nel mio letto al mattino mentre provo a riflettermi in un libro dove i caratteri sembrano sciogliersi come inchiostro che cola ai miei occhi stanchi, inchiostro nero che cola come il trucco degli occhi di una donna mentre piange, sì, forse mentre leggo sono io che piango e lettere, parole e omissioni diventano fanghiglia e il personaggio piano piano scompare. Scompare man mano che mi alzo dal letto e mi appresto a mettermi sotto la doccia rigorosamente bollente. L’acqua che scolpisce ogni giorno il mio corpo, che lo leviga e lo modella, ogni giorno. Ho pensato che forse tra cent’anni se non morissi, scolpito dall’acqua sarei potuto divenire un capolavoro della natura, un adone, qualcosa da venerare. Ma chissà, l’arte della natura è strana, potrei ritrovarmi nelle sembianze di un mostro e se purtuttavia affascinante, un mostro. Eppure ogni volta che mi trovo sotto quel getto penso che l’acqua mi stia scolpendo, a immagine di me stesso. A volte penso che vorrei essere scolpito nella roccia e mi ricollego allora a coloro che lanciano le pietre, ai buoni o ai cattivi non ha importanza. No, non andrebbe bene, potrei restare pietrificato. Suppongo che queste parole derivino dal nome Pietro e viceversa. Potrei essere la spada nella roccia, non mi piacerebbe. Ho bisogno di movimento, di caos, di una sostanziale scossa dell’anima e di vibrazione del corpo per sentirmi vivo. Non c’è nulla più del sesso che può farci sentire vivi. Perché noi siamo carne e abbiamo dunque il bisogno di banchettare tra noi. Oppure andare oltre, di traghettarci attraverso un fiume che ci conduca verso l’alto, risalire una cascata verso e oltre l’arcobaleno che vi s’intravede sopra, quando non riusciamo a comunicare con l’altro da noi, abbiamo questa nostra opportunità di fuggire, di slanciarci con ogni mezzo oltre. Altri da noi e oltre da noi. Mi piacerebbe andare altrimenti oltre. A posteriori ma ancora di più  n un futuro di cui non ci sarà mai l’esistenza, vivere nel sogno, nell’effetto dell’oppio che possiamo cogliere all’interno della nostra stessa immaginazione, un’immaginazione fertile, un’immaginazione che semina fiori di papavero rossi e noi ne raccogliamo i piccoli frutti. E’ così che a volte sfumiamo alla vita. Come una nebbia che piano piano di dirada senza lasciare più nessuna traccia. E’ così che a volte fumiamo la vita, forse ne fumiamo troppa. Eppure è sempre così che vanno le cose, scorriamo sempre sullo stesso fiume e non possiamo cambiare corsia. Il peggio è quando piove.

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