La pioggia scendeva leggera sfiorando appena i marciapiedi e scivolando lenta sulle strade in discesa, noi ci coprivamo con i nostri sguardi e ci aiutavamo con i nostri sorrisi mentre camminando e baciandoci ad ogni angolo evitavamo di saltarci addosso per non esplodere in un luogo affollato creando vittime del nostro cuore minato che non c’entravano nulla. Eravamo terroristi. Non dovevamo stare insieme, non dovevamo camminare mano nella mano fino in quel luogo che ci avrebbe legato con delle strettissime e dolorose corde per il resto delle nostre vite. Vite. Corde. Si potrebbe il tutto paragonare ad un suicidio fatto impiccandosi, legarsi con qualcuno in questo modo è deprivazione della propria libertà personale, è rinchiudersi in una gabbia a due, ammanettarsi le mani e bendarsi gli occhi. Già, l’amore è cieco e ti fa sbattere sul primo muro, oppure meglio, ti fa sbattere sul primo letto che capita, e ti fa morire.
Il cancelletto rosso era chiuso e lei nervosa no riusciva ad aprirlo, all’uomo, tranquillo e sicuro di sé bastò sfiorare il catenaccio e come per magia il cancelletto si aprì. Quell’uomo ero io. Sì perché quel giorno nel bene e nel male, come nel paradiso perduto, ero un vero uomo e lei una vera donna. L’amore ci lascia e ci rende liberi solo il primo giorno che ci incontriamo. Tutti gli altri che seguono sono prigionia e maledizione, incastri, torture emotive. Più è profondo quell’amore che senti di voler provare maggiore saranno le tue sofferenze, più difficile sarà coltivare il rapporto, e da quel coltivare difficilmente nasceranno buoni frutti, bei bambini.
Ci recammo nella camera da letto, un po’ buia, con qualche timido raggio di sole che violentava le persiane dopo la pioggia. Ed eccola. Lei già si mise pronta.

“E adesso? Non credo di poter resistere ancora…”, disse lei.
Tutto troppo facile. Eravamo come animali in calore ormai, ci stavamo sciogliendo, il sudore ricco di ormoni si emanava nell’aria della stanza, ne eravamo pregni, bagnati fin nel midollo dopo tutta quella lunghissima attesa. C’era una voglia danzante.
La sua lingua che si lecca le labbra rosse. Flash.
I suoi occhi che si socchiudono a malapena, le pupille che si dilatano. Le sue mani che si allungano verso i miei fianchi per prendermi.
Io che prendo lei, l’abbraccio da dietro baciandole il collo, sentendo la sua carne, il suo sedere che si sfiora come quello di una cerbiatta sul mio membro già durissimo, s’inarca piano… il delitto sta per essere compiuto e ripetuto più volte durante la giornata. Lì, si comincia su un divano, si finisce poi nel letto…

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