Passarono mesi da quell’ultima mia visita ai paesi dall’alba condita di arancio cielo e dai mari tempestati dal riflesso argenteo degli empirei come il campo lasciato dopo una notte di battaglie a colpi di pallottole sparati ad un cuore fragile.
Adesso l’aria giace sospesa come se fosse in eterna attesa di un barlume o di una piccola scintilla in grado di far esplodere il contenuto sopito e vuoto di due anni di assenza.
Gli occhi e le mani non hanno avuto più nessun altro contatto, rimane la voce flebile e indecisa, una voce distorta dalle intemperie su questa fragile tensione che ci tiene legati e allo stesso tempo ci spazza soffiandoci via e ci spiazza buttandoci come sacchi in strade sgombre da ogni fortuita ombra.
Ci illudiamo di bramarci in eterno per nostra stessa ammissione, questa è proprio la nostra missione, perpetuare infinitamente il nostro peccato originale desiderandoci fino a morire senza mai averci poiché il possesso è impossibile, mai nulla si possiede, neanche noi stessi quando vibriamo soli con il nostro spirito come il fioco respiro di una candela.

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