Il V(a)irus


E’ la peste! E’ la peste!

Grida correndo per la piazza il prete impazzito verso la Chiesa che cade a pezzi, grigia e azzurra, come se appartenesse ad un mondo perduto, con la croce di bronzo in alto di cui il significato simbolico sembra essersi perduto per sempre. Chi vorresti salvare ancora dopo più di duemila anni? Non hai mai salvato nessuno, perché venisti? Chi salvasti se non te stesso? Un egoista. Un grandissimo egoista.

Sì, è la peste che si impossessa degli uomini vuoti dentro. E’ il virus verde che tutti aspettavano. Un virus generato dal vero unico dio che fa girare il mondo: il Denaro.

E’ facile infettarsi, basta giocare un po’ troppo, magari in borsa, spendere per degli stupidi vestiti con un marchio sopra, sì, dicono che bisogna lavarsi le mani per impedire la sua profusione!

Lavatevi le mani! Lavatevene le mani!!! Ad ogni contatto non potrete sfuggire alla contaminazione. Sono dei fogli di carta che si trovano spesso nei cassetti e dentro le tasche di pantaloni e giacche, hanno colori diversi, basta sfiorarli e ci si trasforma nello zombie morente che tutti vogliono che tu sia. La peste verde. Sì questo è il virus definitivo.

Stanno volando.
L’angelo sulla Chiesa li osserva volare dalle finestre di tutte le case. Come svolazzano questi agenti contaminanti. Li buttano via disperati dalle finestre in un giorno di tormenta, un vento infinito che corre lungo l’orizzonte e li divora. Non servono, non servono più a nessuno, è stato scoperto che sono mortali. Pezzi di carta che uccidono alle spalle. Dei pezzi di carta, vi rendete conto, dei pezzi di carta che rendono la gente vuota dentro e poi li uccide. Cadono a pezzi. Tutti.

Camminano lungo la processione. Con il rimanente rivolo di vento che spettina ancora qualche capello. Camminano ma sono morti. I giornalisti sono entusiasti del loro lavoro, stanno facendo ascolti da record e gli Stati Uniti finalmente bloccheranno ogni importazione contaminante.

E’ stato scoperto il virus e adesso non può più nascondersi. Scommetto che avete una moneta vicino a voi mentre leggete, un po’ arruginita, non toccatela, non fissatela troppo.

Mi viene in mente l’ultimo uomo sulla Terra che grida “Io sono leggenda”. Completamente impazzito.

I giornalisti sorridono. I biologi sghignazzano. Si lotta al primo che ha scoperto di essere posseduto dalla contaminazione del vuoto.

Al Grande Fratello i nuovi partecipanti avranno ognuno un tipo di virus diverso, chi sopravviverà al novantesimo giorno sarà eletto il Re del Mondo.

Dopo il sole la tempesta


Cronache della Rocca di Nannitaria

All’ottavo giorno dopo la luce ci fu la neve. Ecco come è scritto nel libro oscuro del destino di Rocca Nannitaria. Fu ritrovato avvolto con dei cenci sporchi di sangue sulla strada che conduceva alla Chiesa un bambino nato quello stesso giorno. Le macchie di sangue contrastavano con il candido biancore della neve dando un effetto pressoché artistico, un fotogramma, un flash della memoria collettiva. Fu portato di corsa all’interno del Santuario per farlo battezzare e dargli un nome dal prete sconvolto prima di dargli addirittura le dovute cure. Fu chiamato Andrea. Così volevano le scritture e così fu fatto. Era il 19 marzo, un freddo mercoledì appena dopo la creazione della luce da parte del dio che non esiste e che il giorno dopo creò la neve e la tempesta. Quella tempesta diede vita ad una tormenta: Andrea. Figlio di sconosciuti, forse una coppia che proveniva dall’antica Frignitudine dei monti di Arcangelica nella lontana isola al di là della fantasia delle isole Ebree di Efesto e Magnitudo. Nacque un ribelle e un santo, un marmocchio con il mare interiore sempre al livello di pericolo poco al di sotto di uno tsunami Giapponese. Il terremoto dentro, lui nacque con quel senso di terremoto dentro. Si narra che i genitori fossero dei sarti, la madre morta di crepacuore e mal di gola e il padre di vizio senza avere mai avuto nessun vizio. Quel bambino avrebbe cambiato per sempre la storia della Rocca e c’era ben poco da cambiare.

Adesso sto cercando nuovi elementi, mi sono addentrato nella lettura esoterica di alcuni rari testi ritrovati nella biblioteca di Babbìola, vicino Nannitaria, quella famosa terra della caduta delle palle per terra. Della caduta degli Dei. Della caduta sullo scivolone di quando Andrea era bambino. Volevo sapere chi fosse. Ho parlato anche con la nuova Sindaca Claudiaca, per via della sua claudicante andatura su tacchi enormi e altissimi, poiché noi, tutti, da piccoli, volevamo essere Dei in Terra dei nostri compaesani e poi di tutti gli altri Stranieri. Alla fine ci hanno conquistato gli Stranieri con pochi spiccioli di una moneta sconosciuta che vale ognuna cento delle nostre.

Testa o Croce. Ma quando la moneta cade esattamente a metà rotolandosi veloce fino in fondo ad una buca stradale, e ce ne sono tante, cosa ti riserva davvero il Destino?

Forse il destino che era pronto per quel bambino misterioso di nome Andrea, figlio di sarti estinti alla fiamma del fuoco fatuo nella notte del 31 Febbraio dell’anno 2023. Un futuro che deve ancora avverarsi.

Il senso della schiavitù


I girovaghi furono vietati perché erano totalmente liberi. Liberi finanziariamente e liberi da preoccupazioni: la loro libertà si fondava non sul possesso (“Ciò che possiedi alla fine ti possiede” cit. da Fight Club, 1999) ma sull’assenza di bisogni. Erano mendicanti, vagabondi, barboni ma paradossalmente erano molto simili a chi è pieno di soldi, proprio in quanto non si collocavano nelle classi la cui esistenza dipende da un reddito, ma all’ultimo gradino della scala sociale.

Se dovete gestire una religione organizzata, l’ultima cosa che vi serve è la libertà totale. E anche quando gestite un’azienda , una simile libertà è assolutamente negativa. Il manuale di san Benedetto mirava esattamente a togliere ai monaci qualsiasi residuo di libertà in quanto senza leggi e regole, senza essere dipendenti dalla Chiesa non potevano essere comandati e resi schiavi. Questo funziona esattamente anche con le masse che si inginocchiano davanti ai preti e ai santi: ci sono regole, se infrangi una regola meriti una punizione, le punizioni si infliggono solo da una parte più dominante verso una sottomessa (schiavo).

Qualsiasi organizzazione aspira dunque a togliere la libertà a coloro che vi lavorano, a impadronirsi di loro. Come ci riesce? Prima di tutto, condizionandoli e manipolandoli psicologicamente. Secondo, costringendoli a rischiare, facendo in modo che in caso di disubbidienza la possano pagare veramente cara e nessuno vuole pagarla cara. Cosa difficile per dei barboni ma molto più semplice nelle organizzazioni mafiose (ad esempio, anche i governi lo sono). Gli uomini veri, se il capo, il Padrino, sospetta di loro, possono essere letteralmente ammazzati di botte con una tappa intermedia nel bagagliaio di un’auto e la garanzia che il boss andrà ai loro funerali.

Il dipendente di una fabbrica, un qualsiasi operaio, allo stesso identico modo è schiavo del suo padrone rinunciando ad otto ore (quando va bene) al giorno della sua vita per un’altra persona in cambio solo di una busta paga e nel caso si rifiuti di andare a lavorare troppo spesso rischia non solo di perdere la busta paga ma anche che un altro qualsiasi padrone si arrischi a prenderlo come suo “dipendente”.

Chi conosce qualcosa sulle sostanze psicoattive che inducono infatti “dipendenza” sa benissimo come la “dipendenza” da una sostanza o una persona possa distruggere in maniera totale la persona che soffre di dipendenza.

Nessun uomo “dipendente” è mai rimasto nella storia, solo coloro che avevano un altissimo grado di libertà personale sono finiti nei libri di storia, solo coloro che non si sono mai “sottomessi” sono diventati dei Grandi che vengono ricordati da tutti.

Sei solo e disperato


La solitudine, ricorda, può portarti a forme straordinarie
di libertà.


Ma la vera libertà, ricorda, non esiste, creala per te stesso.

Libertà dal dominio del Re, e libertà dal dominio degli oppressori.

Liberty è la forma di libertà che hai quando non hai leggi e nessun Re.
Freedom è la libertà dalle leggi e e le posizioni del tua Patria, del Regno (-dom, king-dom, reame).

Non potrai fuggire da esse completamente, ma potrai esserne sempre
meno condizionato. Questa sarà la tua libertà reale.

Spirito libero.

Tu sei per la mia mente


Tu sei per la mia mente, come cibo per la vita.
Come le piogge di primavera, sono per la terra.
E per goderti in pace, combatto la stessa guerra
che conduce un avaro, per accumular ricchezza.

Prima, orgoglioso di possedere e, subito dopo,
roso dal dubbio, che il tempo gli scippi il tesoro.
Prima, voglioso di restare solo con te,
poi, orgoglioso che il mondo veda il mio piacere.

Talvolta, sazio di banchettare del tuo sguardo,
subito dopo, affamato di una tua occhiata.
Non possiedo, né perseguo alcun piacere,

se non ciò che ho da te, o da te io posso avere.
Così ogni giorno, soffro di fame e sazietà,
di tutto ghiotto, e d’ogni cosa privo.

Tu sei per la mia mente, William Shakespeare
(in attesa di tempo)

Il fantasma di Circaltiero alle Croci (cap. VIII)


Circaltiero è un uomo passato a nuova vita e quando è passato è stato ovviamente messo sotto lungo il tragitto, quindi in poche parole, senza troppi giri, giri di parole appunto, senza troppi contorsionismi, possiamo tutti dire, senza neanche chiamare quelli della scientifica, che Circaltiero è morto mentre moriva messo sotto mentre passava, passato mentre gli altri restavano al presente guardando lui in un certo futuro più o meno definito, sotto la fossa.

Fu in pratica così che egli divenne il famoso fantasma Circaltiero alle Croci di cui nessuno parla ma ne parlo solo io e questo già è tanto. Dicono, e cioè lo dico io, perché gli altri in realtà tacciono, io dico, che adesso si aggira tra i colli e le spiagge ma anche sugli altopiani di 7000 metri di Rocca Sventolosa dove tira sempre un vento, un certo vento, vicino ad un convento e indovinate chi c’è dentro? Ovviamente venti nani, tutti molto gelosi delle alture e capirete perché. Tralasciando queste sottigliezze, capirete come Circaltiero sia il fantasma creatosi dalla morte cruenta agita su di lui di Mastro Colapignito detto anche Mostro di Colapignito nel giorno del 29 febbraio 2033 e rotti, alcuni diranno rutti e non sbaglieranno a dirlo, siccome l’alcolismo è assai frequente in questi piccoli, dimenticati da dio ma anche dal diavolo e da quello che ci sta in mezzo (poverino), buchi del mondo, forse addirittura buchi neri, giusto per non cadere nel volgare facendomi anche del male da solo, borghi così detti Medioevali per non chiamarli con il loro vero nome di paesi distrutti, disfatti, che nessuno vuole vedere e che tutti evitano (proprio come la morte), paesi divenuti deserti di anime e di corpi e soprattutto di corpi e con case che cadono da sole con l’infuriare degli elementi atmosferici. E’ darwiniano: dove non è possibile adattarsi, bisogna rifuggirlo in ogni modo, altrimenti muori prematuramente.

Quindi in questo remoto luogo del mondo rimane solo Circaltiero Alle Croci, ucciso tempo prima dal Mostro di Colapignito, con un colpo alle spalle, esattamente con una coltellata sola, singola, netta dietro alle spalle, preso alla sprovvista mentre egli acquistava provviste nel centro commerciale più vicino, lungo la spiaggia che si stendeva sotto l’altura dei 7000 metri invidiosa dei nani, poiché amava le bassezze dei mari.

Un fantasma accoltellato non abbandona mai il posto in cui l’hanno posterizzato.
In pratica è rimasto appeso al muro vuoto del centro commerciale, incuneato dal coltello e il cemento, praticamente un Crocefisso, ecco perché “Alle Croci”. Sono queste dunque le presenze malefiche che continuano a invadere anche i posti più isolati dell’universo come Rocca Sventolosa.
Si racconta, che Circaltiero gridi, urli tutta la notte, nella speranza che qualcuno venga a liberarlo da quella posizione sul muro ma nessuno e dico nessun vivo, può mai sentire le grida di aiuto di un uomo ucciso per mano del Mostro di Mastro Colapignito.

Questi ed altri miti, tra il vero e il supposto (e non pensate male dove) e anche il faceto sono le storie che continuano a girare e a farle girare un po’ a tutti gli abitanti di Rocca Sventolosa sopravvissuti alla catastrofe di cui vi parlerò nel prossimo Capitolo di questo entusiasmante documentario tra il mistero che divide la realtà dalla pazzia.

Questo post non è uno scherzo, trovate gli intrusi, tutti i diritti riservati, gli storti sono più estroversi.
Lasciate un euro (mi raccomando non un neuro) alla casella di Paypal, grazie!

Le ali della libertà


Ho sognato un volo lungo continenti e mari diversi, l’orizzonte lontano con il sole che calava a picco su un trabiccolo volante tra bambini e vecchi andati che cercano la speranza dimenticata.

Ho sognato di questo paffuto omino nero, grasso, volgare e sputacchiante che rinnegava la mia presenza ed io fermo a subire quando ad un tratto ho deciso di sputargli addosso io sulle sue guance paffute di grasso ripieno del passato, malconcio, maldestro, malocchio dimenticato.

Ho sognato di incontrare il pilota dell’aereo, scappando dall’omino nero del male, un pilota con medaglie, pulito, intelligente che mi ha fatto vedere il nuovo orizzonte, la vita nuova che stava lì davanti. Ho preso confidenza, sicurezza. Ho gettato via il quaderno e la penna per prendere gli appunti di viaggio.

Ho sognato lo scalo, l’incontro con i bambini del futuro, magri, di colore, ma con un sorriso largo come un abbraccio, la felicità nei loro occhi. Sono tornato anch’io bambino, tornavo bambino man mano che proseguivo ed ero anche possente allo stesso tempo, forte con lo sguardo dritto e la testa alta. All’inizio camminavo lungo questa strada di legno che andava in discesa, ho iniziato a saltare per andare più veloce, davanti a tutti ho lasciato i vecchi vestiti e continuavo a diventare grande sentendo la gioia e l’imbarazzo di un bambino che entra per la prima volta a scuola.

Sotto la discesa tra migliaia e migliaia di altri come, vecchi, giovani, audaci e non, umili e sfiancati, sorridenti, con gli occhioni curiosi di chi sta per vedere un nuovo mondo e un nuovo modo di vivere, la fuga da quella che credevo irrimediabilmente essere la mia gabbia per allodole, il carcere da cui non sarei mai uscito più, l’infelicità iscritta nel destino. Ne sono fuori, sto andando fuori dalla galera di false promesse e dall’acciaio arrugginito dei ricordi.
Ho sognato l’incontro con la libertà e questa libertà è l’unione, la fraternità con bambini che pensavo essere tristi per la loro condizione di povertà e invece sono gli esseri più felici del pianeta. Non posso dimenticare il loro volto splendere. L’amore si trova lì dove le persone si danno la mano per creare un cerchio di solidarietà dimenticata nel vecchio paese dell’Occidente.

La corsa attraverso una neve ghiacciata con sotto il ghiaccio delle formazioni che sembravano milioni di uova, uova che fecondavano forse la nuova vita. E man mano che correvo lasciavo il passato infelice che veniva dimenticato, divorato nell’oblio di un me stesso che non era più me.

La gioia di atterrare su una nuova terra fatta di natura dove ogni essere si congiunge con l’altro, dove l’imbarazzo della timidezza è solo un tratto da apprezzare per se stessi, dove ogni creatura è felice perché ne incontra sempre milioni di altre pronte ad accoglierti, a cullarti nel loro linguaggio e con il loro stesso corpo.
Ho scoperto che l’amore esiste ed esiste nel luogo giusto per noi e può essere condiviso con milioni di altri perché di amore sono fatti anche loro come le stelle stanno insieme la notte congiungendosi con i raggi.

L’omino paffutello e nero, il male della mia gabbia, i chiodi che mi sferzavano sono l’incubo che pian piano è scomparso nel nulla. Io adesso sono dio, uno dei tanti e allo stesso tempo unico, unico dio di me stesso, eternamente felice.

Il dominio dimenticato, i capi, gli oppressori, i governanti, i re e i despoti, gli imperatori, vivono tutti per creare la tua sofferenza, il tuo carcere. Libertà vuol dire non avere nessuno che opera il dominio su te stesso, condizionando i tuoi desideri in maniera distorta e facendo dimenticare ciò che davvero Vuoi.

Io sono dio di me stesso. Adesso lo so. Posso fare della mia vita una girandola.